D'estate i triestini fanno il bagno in città, al Pedocìn sulle Rive e ai Topolini del lungomare di Barcola. Salgono sul Carso per andare in osmiza, prendono il caffè seduti e senza fretta nei caffè storici, e aspettano il tramonto sul Molo Audace, nel golfo di Trieste.
Il Pedocìn, il bagno col muro
A Trieste, d'estate, al mare si va senza cercare la sabbia: basta un pezzo di lungomare, un asciugamano steso e un tuffo. Il bagno più singolare sta in pieno centro, sulle Rive, accanto alla Lanterna, il faro sul Molo Fratelli Bandiera: è lo stabilimento balneare «La Lanterna», noto come El Pedocìn, di proprietà del Comune di Trieste. In Europa non ne è rimasto un altro diviso così: da una parte gli uomini, dall'altra le donne con i bambini fino a 12 anni, e in mezzo un muro bianco di 74 metri, alto tre, che taglia la spiaggia di ciottoli chiari.
Il bagno nacque, pare, alla fine dell'Ottocento, e fin dal principio ebbe due zone divise da uno steccato: una per gli uomini, l'altra per donne e bambini. Sugli scogli vicino alla Lanterna andava la gente povera, e di comodità non ce n'erano: i clienti fissi si portavano da casa un chiodo, lo piantavano nelle tavole di legno e ci appendevano i vestiti. Da qui il primo nome in triestino, Ciodìn, cioè chiodino.
È difficile risalire alla vera origine del nome Pedocìn: forse le persone stavano strette come «pedoci», forse qui si trovavano i militari spesso infestati dai parassiti (il bagno era riservato alla truppa in alcune ore del pomeriggio nei giorni non festivi), o forse il nome viene dalla grande quantità di cozze in mare, i «pedoci» del triestino. E si dice che, nei primi tempi, chi passava dalla parte sbagliata rischiasse grosso.
Già nel 1891 l'autorità di pubblica sicurezza ricordava l'obbligo delle mutande o della vestaglia e il divieto di portare ai bagni cani e cavalli; un bagnino richiamava a terra i bagnanti col fischietto ogni volta che una nave entrava in porto. Il 15 giugno 1911 il bagno comunale fu danneggiato da un uragano, e il Comune, consapevole dell'importanza del servizio per le classi meno abbienti, provvide in breve tempo al suo restauro. Solo negli anni Trenta la staccionata in legno fu sostituita da un muro in calcestruzzo che si estende dentro il mare. Nella seconda guerra mondiale il bagno fu requisito dal Comando militare, e la ghiaia della spiaggia fu prelevata per costruire bunker e gallerie antiaeree.
Per quasi un secolo si entrò gratis: il biglietto c'è solo dal primo giugno 1984. Alla fine degli anni Ottanta si votò per buttare giù il muro, e i triestini decisero di tenerselo. La divisione, voluta fin dall'inizio, doveva offrire alle donne un luogo di libertà, dove andare anche da sole e riposarsi; a Trieste le donne frequentavano i caffè anche quando nel resto d'Italia si stava a casa. La parte femminile è la più frequentata. Il Pedocìn lo conoscono anche fuori d'Italia: ci hanno girato documentari e perfino film, fra cui «L'ultima spiaggia».
Poco più in là, sempre sulle Rive, si allunga sopra l'acqua il Bagno Ausonia, un altro stabilimento storico: piattaforme, cabine, trampolini e scalette in acqua, con l'aria dei bagni di una volta.
I Topolini e il lungomare di Barcola
Il quartiere di Barcola sta fra Roiano e Miramare. In età moderna fu soprattutto un insediamento di pescatori, fino alla metà del XIX secolo, quando i triestini cominciarono a costruirci le loro residenze estive. Tutto l'anno il lungomare e la pineta di Barcola sono i luoghi di passeggio dei triestini, e nelle estati calde si riempiono di bagnanti. Di spiaggia di sabbia non ce n'è: ci si sdraia sul cemento di terrazze e piattaforme, da cui le scalette scendono in acqua, o sui pochi prati in riva al mare. Fra amici, per proporre un tuffo, basta dire in dialetto: «n’demo al bagno!».
I Topolini sono dieci piattaforme balneari pubbliche e gratuite sul lungomare, con la loro forma a semicerchio. Tutto parte dal bagno Cedas, in fondo alla pineta: sulla carta era l'unico punto dove si poteva nuotare, ma la gente si tuffava lungo tutta la riva fino a Miramare, e il Comune finì per costruire un secondo Cedas accanto al primo. Neanche l'ingrandimento tolse l'inconveniente dei bagnanti in zona vietata, e a metà degli anni Trenta il Podestà deliberò la costruzione di 4 padiglioni balneari, due per gli uomini e due per le donne.
Così l'Ufficio Tecnico del Comune descriveva l'opera: il livello della terrazza supera di 90 cm quello della strada, alcuni gradini portano dalla strada alla terrazza, una ringhiera di ferro la delimita verso il mare, e riparati dalla soprastante terrazza si trovano al centro gli spogliatoi, con le docce e le latrine a un'estremità. Nel 1945 i Topolini furono quasi completamente distrutti, e poi rifatti per volontà del Governo Militare Alleato. Negli anni Cinquanta furono messi a dimora i primi alberi di quella che diventerà la Pineta di Barcola.
Sul nome ci sono quattro tesi. La più diffusa dice che le terrazze viste dall'alto ricordano le orecchie di Topolino; un'altra lo lega al «topo», abbreviazione di «zòpolo», una barca un tempo usata nel mare di Barcola; una terza ai topi veri. La quarta la propose Nereo Zeper in un vecchio articolo sul Piccolo (2012), con una spiegazione basata sul lessico dei triestini negli anni Cinquanta: quant'era piccolo ma comodo era «Topolin», dalla famosissima Fiat Topolino, e i padiglioni di Barcola erano ben piccoli accanto ai grandi stabilimenti come l'Ausonia, il Pedocìn e l'Excelsior.
Arrivando da Trieste i primi Topolini sono frequentati per lo più da mamme con bambini e da anziani, perché hanno due spiaggette di ciottoli. Nelle piattaforme successive invece è possibile accedere al mare direttamente dalla scaletta o tuffandosi, e i ragazzi inscenano veri e propri tornei di clanfe, i tuffi figurati. Alle persone anziane, padrone del posto fino alla chiusura delle scuole e d'estate al mattino, subentrano nei caldi pomeriggi estivi i più giovani: tranquilli di sopra, chiassosi sotto. Gli ombrelloni sono severamente vietati, non da cartelli del Comune ma da una solida consuetudine cui nessuno può sfuggire. Siccome guardano a sud e il piano di sotto resta al riparo dalla bora, ai Topolini si sta bene anche quando fa freddo. Camminando lungo la riviera, Biagio Marin annotò: «Eccoci al primo bagno – il Topolino – come lo diceva la gente; al di là si inizia la festa della paganità».

Sistiana e la Costa dei Barbari
Fuori città, verso ovest, corre la Strada Costiera, dove si nascondono calette di ciottoli e tratti immersi nel verde. Più avanti si arriva a Sistiana, che appartiene al comune di Duino-Aurisina e vive soprattutto d'estate: a fine Ottocento, con i primi alberghi sulla baia, diventò insieme a Grado una delle mete di villeggiatura più note del Friuli orientale sotto gli Asburgo. La zona a mare, Sistiana Mare, ha un'ampia baia attrezzata a porticciolo, circondata da un fitto bosco in prevalenza di leccio; sia all'interno della baia, che sul litorale esterno, sono presenti aree destinate alla balneazione, con spiagge di ciottoli e roccia, tratti liberi e attrezzati. Subito accanto, dentro una cava dismessa, è sorto il villaggio turistico di Portopiccolo.
Verso Trieste la zona litoranea viene chiusa dalla stretta spiaggia della Costa dei Barbari (Botaniek), uno degli ultimi tratti di costa veramente selvaggia: ciottoli bianchi, scogli, macchia mediterranea, nessun servizio, e ci si scende per piccoli sentieri a picco sul mare. Verso Duino la costa è a falesia, e da Sistiana parte il Sentiero Rilke, che prende il nome dal poeta austriaco Rainer Maria Rilke e prosegue per circa 2 km dentro la Riserva naturale delle Falesie di Duino, fino al Castello di Duino: mattina di mare e pomeriggio sul sentiero.
Le osmize del Carso
Andare «in osmiza» è, per chi è nato a Trieste, un'abitudine a cui non si rinuncia. Un'osmiza non è un ristorante, non è un agriturismo, non è un'osteria: può essere una cantina, d'estate un cortile o un giardino, a volte la stanza di una casa privata, sull'altopiano del Carso, dove i contadini vendono e servono il vino e i prodotti che fanno loro. Le radici sono antiche, fino a Carlo Magno: una sua legge lasciava ai viticoltori di tutto l'Impero la libertà di vendere da sé il proprio vino, annunciandolo con un ramo di edera. Un documento del 1430 riporta che i contadini di Prosecco, presso Trieste, sostenevano che il vino sfuso venduto sul posto fosse esente da dazi. Un decreto del 1784 di Giuseppe II d'Asburgo permise ai contadini di vendere il vino prodotto in casa per un periodo di otto giorni: da lì il nome, perché «osem» in sloveno vuol dire otto.
Un'osmiza aperta si annuncia ancora come secoli fa: una frasca, di solito d'edera, appesa sulla porta e agli incroci. Poi frecce rosse di legno, piantate nel terreno o legate ai pali, guidano fino a un cortile con le panche, il Terrano in caraffa e un tagliere. Con le regole attuali si può restare aperti più di otto giorni, a seconda del vino che si ha: per consuetudine, un giorno ogni 40-50 litri dichiarati. Per sapere quali sono aperte, il calendario sta sul sito osmize.com.
In osmiza i fornelli restano spenti: arriva in tavola solo quello che la famiglia produce, e tutto freddo. Le uova sode con sale e pepe ci sono in ogni osmiza; intorno arrivano salame, pancetta, prosciutto crudo e cotto, lardo, socòl (il sottocollo di maiale) e ossocollo, i formaggi come il tabor e il jamar stagionato in grotta, i sottaceti e il kren, il rafano piccante grattugiato. Il Terrano è il rosso del Carso, quello che arriva in quartino di vetro e si accompagna ai salumi; la Vitovska è un'uva autoctona a bacca bianca, e la Malvasia è il bianco più morbido e aromatico. I triestini chiamano rebechin questo spuntino informale, e vanno in osmiza con la stessa naturalezza con cui altrove si va al bar.
I caffè storici e la grammatica del «nero»
Trieste è storicamente il principale centro del Mediterraneo per la lavorazione e il commercio del caffè, qui è nata Illy, e la città ha una grammatica tutta sua per ordinarlo: il «nero» è l'espresso, il «capo» è l'espresso macchiato in tazzina, il «capo in b» è il macchiato in bicchiere, e il «gocciato» è il caffè con una goccia di schiuma di latte. E il caffè non si beve in piedi di corsa: si prende un tavolino, si parla, si sfoglia il giornale, e nessuno ti chiede di alzarti.
Il più vecchio è il Caffè Tommaseo, del 1830: ai suoi tavoli si sono seduti Stendhal, Umberto Saba e Italo Svevo, e Claudio Magris ci ha scritto «Danubio», il suo libro più noto. In Piazza Unità d'Italia, sotto Palazzo Stratti, c'è dal 1839 il Caffè degli Specchi. Il Caffè San Marco, aperto nel 1914, è il ritrovo culturale più celebre di Trieste, rimasto quasi immutato nell'arredamento dall'inaugurazione, ed è insieme caffè e libreria. L'Antico Caffè Torinese, aperto nel 1919, conserva il bancone originale in stile Liberty. La pasticceria storica Pirona, aperta nel 1900 in Largo della Barriera Vecchia, era frequentata da James Joyce, che abitò per alcuni anni proprio nello stesso edificio.
Il Molo Audace, i tramonti e la bora
Piazza Unità d'Italia, affacciata sul golfo, è chiamata dai triestini il «salotto buono della città», e proprio accanto alla piazza parte il Molo Audace, una passerella di oltre 200 metri che si allunga nel mare. È un luogo amato dai triestini che vengono a fare due passi e ammirare i tramonti, come fanno sulle panchine e sugli scogli di Barcola quando il sole scende sul golfo.
Il molo sorse tra il 1743 e il 1751 sul relitto del San Carlo, una nave affondata nel porto nel 1740: all'inizio era lungo 95 metri e unito a terra con un piccolo ponte di legno, poi fu allungato fino a 246 metri, e per quasi due secoli si chiamò Molo San Carlo. Il 3 novembre 1918, finito il dominio austro-ungarico, qui si fermò l'Audace, la prima nave della Marina italiana a entrare nel porto di Trieste, e nel 1922 il molo prese il suo nome. In fondo c'è una Rosa dei Venti in bronzo, sistemata nel 1925 per ricordare l'arrivo dell'Audace.
La bora scende da nord-est, e quando è più cattiva passa i 100 km/h. Quando soffia, i più temerari fra i triestini corrono sul molo, sfidando il vento, per arrivare in cima, fino alla rosa dei venti, senza cadere.
Domande frequenti
Perché al Pedocìn di Trieste c'è un muro?
Il Pedocìn ha da sempre due settori separati da una staccionata divisoria, uno destinato agli uomini e uno alle donne e ai bambini; negli anni Trenta la staccionata in legno fu sostituita da un muro in calcestruzzo. Alla fine degli anni Ottanta è stato indetto un referendum per abbatterlo, ma i triestini hanno scelto di mantenerlo.
Dove fanno il bagno i triestini?
Nei dintorni di Trieste si può fare il bagno a Barcola, ai Topolini, nella Baia di Sistiana e lungo la Strada Costiera; in città ci sono il Pedocìn e il Bagno Ausonia, sulle Rive.
Che cos'è un'osmiza?
È una cantina, un cortile o una stanza di casa di un contadino del Carso, dove si bevono e si mangiano, sul posto, il vino e i prodotti che lui stesso fa. L'osmiza aperta si riconosce dalla frasca di edera e dalle frecce rosse.
Come si ordina il caffè a Trieste?
A Trieste il «nero» è l'espresso, il «capo» è il macchiato in tazzina, il «capo in b» il macchiato in bicchiere e il «gocciato» il caffè con una goccia di schiuma di latte.