Loch, Log nella forma slovena, è una località del comune di Pulfero, nelle Valli del Natisone, sulla riva sinistra del Natisone a 162 metri di altitudine. Da Loch parte la strada per Mersino, e sopra Mersino il sentiero CAI 725 sale al Matajur, 1641 metri, lungo il versante nord-occidentale.
Il nome di Log e la strada del Pulfero
Il nome dice com'era il posto in origine: in sloveno log è il prato lungo un fiume o un torrente, e il paesino sta proprio sulla sponda sinistra del Natisone. Tutti i toponimi di questo tipo nelle Valli del Natisone, Log di Pulfero, Log presso Grimacco e Ložac di Savogna, stanno presso le rive di fiumi o torrenti. Il nome compare nel 1622 nel «Liber baptizatorum» S. Petri Sclavorum, con un Tomas Simaz di Loch.
Linder è una borgatella di Loch, e l'elenco delle località del comune le nomina anche insieme, Loch Linder. Il nome viene dal cognome Linder, comune nei paesi di lingua tedesca: se a Log ne è rimasta traccia è per la strada del Pulfero, che per secoli fu un passaggio molto battuto fra l'Austria e la Serenissima.
Una stazione sulla Cividale-Caporetto
Loch sorge sull'ex sedime della linea ferroviaria Cividale-Caporetto, infrastruttura bellica e commerciale. Nel 1915, nel corso della prima guerra mondiale, la strada del Pulfero non riusciva a smaltire i rifornimenti per il fronte che si era aperto sull'Isonzo, e la Società Veneta cominciò una linea a scartamento ridotto e a binario unico fra Cividale del Friuli e la zona delle operazioni. I binari furono finiti nel 1916, e all'inizio il treno si fermava a Cividale Barbetta, Ponte San Quirino, San Pietro al Natisone, Brischis, Pulfero, Loch, Stupizza, Poiana, Robis e Susida. Il tratto più ripido era quello fra Loch e Stupizza, con l'11,6 per mille di pendenza.
Lo scartamento era di 750 mm. Nel 1917, durante la battaglia di Caporetto, la linea fu gravemente danneggiata; dopo l'armistizio la Società Veneta la ripristinò, la prolungò da Susida a Caporetto, e il servizio fu riaperto il primo agosto del 1921, anche per i civili. Nell'agosto del 1932, per l'aumento dei costi di esercizio e di manutenzione, il servizio venne soppresso, e il collegamento passò agli autobus degli Autoservizi Rosina di Cividale.
San Leonardo abate a Ossiach
In posizione dominante rispetto all'abitato si trova la chiesa di San Leonardo abate, nel territorio di Rodda. Rodda non è un paese solo: il nome comprende diciassette gruppi di case che dal versante occidentale del Matajur scendono fino alla sponda sinistra del Natisone, e la chiesa è posta su un vasto pianoro nei pressi della frazione di Ossiach, su un terrapieno limitato da un robusto muro a secco, fra acacie e castagni secolari.
Spesso la si fa risalire alla fine del Quattrocento, ma il permesso del capitolo per costruirla porta la data del 1540, una pietra d'angolo della facciata quella del 1546, e la consacrazione avvenne nel 1568. Il campanile, quadrato, con quattro bifore e due campane, è inglobato nell'edificio, e il soffitto del presbiterio è a rete di costoloni, con chiavi figurate: nella principale c'è il santo titolare.
L'altare di legno, del 1689, lo avrebbe scolpito Jernei Vrtav (Bartolomeo Ortari) di Caporetto; le tre statue, attribuite a scuola gemonese, sono san Leonardo al centro e, ai lati, san Mattia e sant'Ermacora. I Vrtav erano una famiglia di scultori di Caporetto, e Jernei, il più noto, fra la fine del '600 e gli inizi del '700 scolpì numerosi altari lignei nella valle dell'Isonzo, nella Slavia e nel Friuli. C'è poi un'acquasantiera a calice, scavata in un unico blocco di pietra.
Mersino fra terrazzamenti e tetti di paglia
I fianchi del Matajur sono dolci, e la cima si raggiunge da tutte le parti: da Brischis, da Pulfero, da Loch, da Stupizza e da Savogna. L'itinerario da Loch risale i pendii coltivati a castagno che conducono a Mersino Alto, e chiede una preparazione fisica superiore rispetto alla via classica dal rifugio Pelizzo, data la necessità di coprire un dislivello positivo di circa 1480 metri.

Appena sotto Mersino Basso, a 592 m, il pendio si fa meno ripido e compaiono le terrazze dove si coltivavano frumento, patate, fagioli, rape, carote e vite, abbastanza per sfamare quasi mille persone fra Mersino Alto e Basso. Il frumento lo seminava ogni famiglia, in autunno; il mais invece qui non cresceva, perché va seminato a primavera avanzata e teme il gelo, e lo si otteneva scambiando castagne con la pianura friulana. La vite arriva fino alla borgata di Pozera, verso i 640 m, e sparisce di colpo appena sotto Mersino Alto, a 765 m. A Bardo crescono antichi esemplari di tèbuka, una qualità di pero da cui si ricavava il sidro, il tebukovac, oppure un distillato, lo zganje.
Mersino è fatto di tante piccole borgate: Juret e Marseu a Mersino Basso, poi, salendo, Pozzera, Bardo, Zorza, Medves, Oballa e Jerep, tutti cognomi eccetto Pozzera, il luogo dove scola l'acqua. La corrente elettrica arrivò nel 1948, la strada bianca nel 1957 e quella asfaltata nel 1972; ancora nel 1974 il primo fabbricato a destra, salendo, aveva il tetto di paglia, come fino a poco tempo prima tutte le case.
Malghe e latterie lungo il sentiero 725
Da Mersino Alto si sale fino a San Lorenzo, a 859 m, dove si prende il sentiero CAI 725, il sentiero naturalistico Mersino Alto-Matajur. Da San Lorenzo si possono osservare tantissimi paesetti: tutti quelli della Valle del Natisone e inoltre Montefosca e Rodda; dietro la catena dello Stol, in quella del Canin, si vede a occhio nudo il foro del monte Prestreljenik, il monte Forato. Le rocce a nord ricordano un episodio della Seconda guerra mondiale: da lì vennero fatti precipitare cinque soldati cosacchi, dopo essere stati torturati dai partigiani.
La vecchia mulattiera che da Jerep sale alle malghe attraversa un boschetto di abeti e pini silvestri piantati nel primo dopoguerra, e sul costone passa accanto ai ruderi di un filo a sbalzo, che scendeva dalla malga alta alla borgata di Jerep per portare a valle fieno e legna. Il territorio è carsico. D'estate tutti gli abitanti di Mersino si trasferivano alle malghe, e in paese restavano soltanto gli invalidi e gli ammalati. Di latterie ce n'erano due: quella della malga Za Čela, cioè dietro le rocce, costruita in blocchi di pietra lavorata, e quella della malga superiore, Tu Dolin, a 1401 m, trasformata in rifugio. I kazoni, un tempo di legno col tetto di paglia, furono ricostruiti in muratura: la calce e, in seguito, il cemento venivano trasportati a spalle da Loch. Verso il 1970 la malga ha smesso di lavorare.
In una grotta fra le rocce di Za Čela nasce una delle rarissime sorgenti del versante, dove la pioggia sparisce subito nel sottosuolo e torna fuori solo giù in valle, alla sorgente dell'Arpit. Per le mucche si raccoglieva l'acqua piovana dai tetti, in cisterne di cemento. Sopra il laghetto della malga superiore c'è la fonte Tudolin, e alla stessa quota, circa 1400 metri, anche se in zone molto diverse, ci sono altre due fonti: la fonte Skrila e la Tersica.
La cima del Matajur e la Baba
Passate le malghe, il 725 gira attorno alla cima tenendola a sinistra, e lo sguardo si apre a nord: oltre una stretta valle in territorio sloveno si allunga la catena dei monti Musi e, alle spalle, la dorsale delle Alpi Giulie che culmina nel massiccio del Canin. Dalla sella della malga superiore comincia la salita chiamata Go za Babo: ai bambini, davanti a una salita ripida, si diceva «Te se zadene Baba!», ti salirà sulle spalle la Baba, che nella loro immaginazione era una brutta vecchiaccia. Baba è anche il nome del Matajur nel dialetto sloveno locale. L'esposizione a nord-ovest favorisce la crescita di piante altrove assenti, e ci sono perfino piantine di stelle alpine.
Sulla cima c'è la chiesetta del Cristo Redentore, costruita sulle macerie della cappella inaugurata nel 1901 per ricordare i diciannove secoli dalla Redenzione, colpita da un fulmine e poi distrutta nella battaglia di Caporetto. La rosa dei venti sulla colonna della cima aiuta a riconoscere il panorama: a occidente, al di là delle Prealpi Carniche, spuntano alcune delle Dolomiti, il Pelmo, l'Antelao e il Cristallo; a nord il Monte Nero (Krn) e la vallata slovena dell'Isonzo, da Kobarid (Caporetto) fino ai laghi di Bohinj e Bled, sotto il profilo del Triglav. Sul monte si incontrano spesso caprioli, cervi, lepri, volpi, cinghiali, corvi imperiali, poiane, galli forcelli e galli cedroni, e in certi periodi dell'anno passano grifoni e aquile.
In discesa c'è il sentiero 736, che scende sull'altro versante fino al rifugio Pelizzo; da lì il CAI 750 riporta alle malghe di Mersino restando fra i 1400 e i 1300 metri, e strada facendo passa dalla fonte Skrila.
Domande frequenti
Come si sale al Matajur da Loch?
Da Loch la strada sale a Mersino; da San Lorenzo, sopra Mersino Alto, il sentiero CAI 725 passa per le malghe di Mersino e raggiunge la cima del Matajur, a 1641 metri.
Quanto dislivello c'è da Loch alla cima del Matajur?
Da Loch, a 162 metri, alla cima del Matajur il dislivello positivo è di circa 1480 metri, più della via classica dal rifugio Pelizzo.
C'era una ferrovia a Loch?
Sì: Loch era una stazione della ferrovia a scartamento ridotto Cividale-Caporetto, completata nel 1916 per il fronte dell'Isonzo e soppressa nell'agosto del 1932.
Dove si trova la chiesa di San Leonardo abate?
La chiesa di San Leonardo abate sta sopra Loch, nel territorio di Rodda, su un pianoro nei pressi di Ossiach; conserva un altare ligneo datato 1689.