Dopo lo sfondamento del 24 ottobre 1917, tutto il fronte fra la Carnia e Gorizia si mise in marcia verso il Tagliamento. Sulle stesse strade si ammassavano soldati, carri e famiglie con le loro cose. Le testimonianze di scrittori, profughi e preti raccontano quei giorni meglio di qualsiasi bollettino.
Una folla sotto la pioggia
Pioveva, e dappertutto c'era fango. Nella calca le famiglie si separavano, i figli perdevano i genitori, e bambini piccolissimi venivano raccolti da sconosciuti o da soldati mossi a pietà. Chi poteva scappava; cavalli e muli, preziosi per l'esercito, venivano lasciati indietro e vagavano senza cibo.
Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon ha raccontato la fuga di sua madre, allora bambina, e del nonno: partirono sotto una pioggia fitta che chi visse la rotta di Caporetto ricordò per tutta la vita, lungo strade fangose piene di gente che sapeva solo dove sarebbe arrivata la prima sera.
Il diario di Gadda
Il tenente degli alpini Carlo Emilio Gadda tenne un diario dal 1915 al 1919, poi pubblicato come «Giornale di guerra e di prigionia». Il 25 ottobre, nel pomeriggio, arrivò anche per lui l'ordine di ritirata: scrisse di sentirsi come fulminato all'idea di lasciare il Monte Nero, conquistato a così caro prezzo dopo due anni di sangue, insieme al Wrata e al Virsic.
Lungo la strada verso l'Isonzo lo colpirono le centinaia di muli abbandonati, compagni di fatica dell'artiglieria da montagna e delle mitragliatrici alpine. Lui e i suoi uomini si portarono dietro tutte e quattro le loro mitragliatrici, dalla linea fino all'Isonzo, fra Terranova e Caporetto; lì, mentre cercavano invano di passare il fiume, furono fatti prigionieri. Gadda finì nei campi di Rastatt e di Celle, in Germania, e tornò a casa solo nel 1919.

Profughi lontano da casa
I civili furono allontanati dal fronte e mandati in molte località d'Italia, dove si sentivano estranei e a volte costretti a chiedere il pane. Una donna di San Pietro al Natisone, finita in un piccolo paese della Sicilia, scriveva che la gente li guardava male e che si sentivano come zingari.
Oltre il Piave, il pittore e scrittore Ardengo Soffici, ufficiale, vide i profughi disperdersi storditi, portandosi dietro una vacca, un asino o un maiale come un membro della famiglia, e un carretto o una cesta con quello che avevano salvato. C'era anche chi, dalle terre austro-ungariche, sperava di tornare: a Vienna un Comitato profughi, con deputati come Alcide De Gasperi per la zona trentina e Luigi Faidutti e Giuseppe Bugatto per il Friuli, lavorava per il loro rientro.
I preti che restarono
Molte autorità civili lasciarono le loro sedi prima ancora dell'esercito. I preti invece, nella diocesi di Udine, in gran parte restarono accanto ai parrocchiani, e durante l'occupazione molti di loro si trovarono a fare anche da amministratori, trattando con gli occupanti. Don Feliciano Marini, cappellano militare del 114° ospedaletto da campo, da Cigolis vicino a Caporetto accompagnò i malati fino a Cividale su una carretta: i dodici chilometri richiesero più di cinque ore.
A Cividale, rimasta quasi deserta, il decano don Valentino Liva tornò controcorrente in città. Il 27 ottobre, quando saltò il Ponte del Diavolo, soccorse due soldati feriti nell'esplosione; nei giorni seguenti prese in mano l'amministrazione del comune, senza voler il titolo di sindaco, e fece da tramite fra gli occupanti e la popolazione, ottenendo per esempio il sale contro la pellagra.
Domande frequenti
Che cosa accadde ai civili friulani dopo Caporetto?
Molti fuggirono verso il Tagliamento e il Piave insieme all'esercito in ritirata e furono poi sistemati in varie parti d'Italia; altri restarono sotto l'occupazione.
Chi era don Valentino Liva?
Il decano di Cividale, che durante l'occupazione dopo Caporetto guidò l'amministrazione del comune e aiutò civili e prigionieri.
Dove fu fatto prigioniero Carlo Emilio Gadda?
Sull'Isonzo, durante la ritirata di Caporetto; rimase in un campo di prigionia in Germania fino al 1919.