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San Vito al Tagliamento: le tre torri sulle fosse, gli affreschi dell'Amalteo ai Battuti e la Madonna di Rosa

San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone: le fosse e le tre torri, gli affreschi dell'Amalteo ai Battuti e il santuario della Madonna di Rosa.

San Vito al Tagliamento è un comune della provincia di Pordenone, a 30 metri sul livello del mare, nella pianura veneto-friulana vicino al Tagliamento. Il centro storico è ancora chiuso dal fossato, che i sanvitesi chiamano «le fosse», con tre torri d'accesso, e custodisce gli affreschi di Pomponio Amalteo.

Le fosse, le mura e le tre torri

Il nome della città viene da un santo, e il culto di San Vito si lega spesso ai guadi e agli attraversamenti dei fiumi; dietro l'agionimo potrebbe però nascondersi il latino «vìcus», villaggio, che in friulano dà «vìt». Nel 1028 Corrado II donò al principato patriarcale di Aquileia i diritti venatori della selva, ma il nome di San Vito compare per la prima volta solo in una bolla di papa Lucio III del 1182, come «Sanctum Vitum cum oratorio». Un documento del 12 agosto 1298 descrive la torre e il castello allo stato di ruderi, probabilmente distrutti per ordine del patriarca Bertoldo.

Alla fine del XIII secolo il patriarca Raimondo della Torre restaurò il palazzo e la rocca, e sulla cinta muraria fece alzare due torri: la Torre Raimonda a occidente, che porta il suo nome, e a oriente la Torre di San Nicolò, che più tardi prese il nome di Torre Scaramuccia. Nel 1309 la cittadina fu assediata dal conte di Gorizia e dai Caminesi, e dopo circa un mese di assedio i difensori accettarono una resa condizionata. Nel 1341 il patriarca Bertrando istituì il mercato domenicale; nel 1361, all'invasione di Rodolfo IV d'Austria, il patriarca Ludovico della Torre si rifugiò nel castello, che gli austriaci tentarono invano di conquistare, e nel 1366 il patriarca Marquardo vi convocò il Parlamento Friulano. Nel 1385 i Carraresi presero San Vito usando l'artiglieria.

Nel 1408 le milizie dei Panciera saccheggiarono le campagne fuori le mura senza espugnare le fortificazioni, e furono scacciate da una sortita dei difensori: pare che da questo combattimento venga il nome della Torre Scaramuccia. Nel 1412 San Vito fu di nuovo coinvolta negli scontri fra le truppe veneziane e quelle di Sigismondo d'Ungheria. Nel 1420 la Repubblica di Venezia conquistò definitivamente il Friuli, e San Vito passò sotto il controllo veneto, mantenendo i precedenti diritti e statuti; nel 1445 il patriarca riconobbe la conquista veneziana e in cambio riprese un limitato potere temporale su San Vito.

Nel 1533-34 il patriarca Marino Grimani fece costruire le mura attorno al borgo di Tagliano e una fossa attorno a quello di San Lorenzo, e il fossato prese il tracciato attuale. A sud sorse la Torre Grimana, un'altra porta fortificata. Già nel 1649 cominciarono manomissioni alla cinta muraria; nel 1751 la Torre Grimana fu acquistata dalla famiglia Altan, che già possedeva edifici limitrofi, e per questo è citata anche come Torre degli Altan. Nel 1909, per far passare meglio i carri, il Comune stravolse per sempre tutto l'insieme. Delle vecchie mura resta in piedi un lungo tratto, con tre porte originali: la Raimonda, la Scaramuccia e la Grimana.

Piazza del Popolo, il castello e i palazzi

Piazza del Popolo fu realizzata nel XVI secolo come estensione verso nord dell'area attorno al castello, con le prime mura e il primo borgo medievale. Sui lati porticati si affacciano palazzi, molti dei quali affrescati, e sul lato sud si apre l'Antica Loggia Pubblica, un grande vano di origine quattrocentesca: era la sede dell'antico consiglio comunale, e un tempo vi si svolgeva il mercato del grano. Al piano superiore, dove si riunivano i rappresentanti della cittadina, c'è il Teatro Arrigoni: la sua funzione teatrale e musicale è documentata dal Seicento. È un piccolo teatro all'italiana, rifatto con i lavori di recupero completati all'inizio del XXI secolo, e porta il nome del compositore sanvitese Giangiacomo Arrigoni (1597-1675).

All'angolo nord-est della piazza sta Palazzo Rota, sede del municipio: è una villa veneta, risultato di diversi interventi su edifici esistenti realizzati tra il XIV e il XIX secolo, con saloni decorati, un giardino all'italiana davanti e un parco sul retro, dove l'impianto storico accoglie anche essenze arboree esotiche. Il castello, da cui si è sviluppato il centro storico, ora si presenta con l'aspetto di residenza nobiliare, e della fortificazione medievale ha perso i caratteri. Per secoli fu la residenza periodica dei patriarchi di Aquileia, e ha sale riccamente decorate e affreschi anche all'esterno; nella parte orientale della corte gli scavi avviati alla fine del XX secolo hanno messo in luce tracce della prima cinta muraria, del fossato e del basamento delle mura, e piccole gallerie pedonali collegano le corti alla piazza.

Vicino alla Torre Grimana c'è Palazzo Tullio Altan, dimora signorile del XVII secolo, dotato di molte sale ornate da stucchi ed affreschi. Le sue mura cingono un giardino all'italiana e si collegano a due barchesse, e all'angolo del perimetro, lungo le antiche fosse, si alza il torrione circolare dell'espansione cinquecentesca voluta da Marino Grimani.

Il Museo De Rocco e la vita contadina di Diogene Penzi

Il Museo civico Federico De Rocco, istituito ufficialmente nel 1993, nasce dalle raccolte del professor Federico De Rocco e dagli affreschi di casa Altan che lui stesso strappò, salvandoli dalla distruzione. La parte archeologica comincia con le selci del Mesolitico e del Neolitico e arriva ai corredi della necropoli di San Valentino, che l'Università di Trieste scavò nel 1973, per lo più della prima metà dell'VIII sec. a.C.; seguono i reperti romani della villa del Gorgaz, i resti di una sepoltura longobarda del VII secolo con un coltello in ferro e gli elementi in bronzo della cintura, e le ceramiche rinascimentali trovate nel 1988-1989 durante i restauri di Palazzo Rota.

Nella sezione storico-artistica ci sono due affreschi del XIV secolo dall'antico ospizio dei Battuti, un Angelo nunziante e una Crocifissione, e la sala degli affreschi di un palazzo di Borgo Castello, antica dimora degli Altan, con l'episodio del monacato di Costanza d'Altavilla, alcune Sibille e virtù accompagnate da terzine dantesche. Fra le sculture lignee dei secoli XV-XVI c'è una Madonna attribuita a Bartolomeo da San Vito, e la raccolta Rota comprende alcuni ritratti del pittore augustano J. Fischer, del XVII secolo.

Nella barchessa nord di Palazzo Tullio Altan ha sede il Museo provinciale della vita contadina «Diogene Penzi», dedicato al professore che dal 1950 raccolse gli oggetti del mondo contadino in un'epoca di trasformazioni veloci; la raccolta fu donata nel 1991 alla Provincia di Pordenone. La sede di San Vito, aperta dal 1997, è la principale di tre: le altre sono a Cavasso Nuovo, sul lavoro e l'emigrazione, e a Maniago, sul legno e il ferro. Gli oggetti vengono dalla pianura e dalla montagna del Friuli occidentale e sono databili tra il 1850 e il 1950; l'allestimento su due piani conta 17 sezioni tematiche, dalla cucina col fogolâr alla bachicoltura, dalla fienagione ai marchi in legno per i pani di burro, fino agli scarpez, calzature femminili con la tomaia in velluto nero ricamato.

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Santa Maria dei Battuti, il Duomo e le chiese affrescate

L'ospedale della Confraternita dei Battuti, a ridosso della Torre Scaramuccia, operava già dal 1360 per decreto del patriarca, e se ne ha una prima notizia documentaria nel 1369. Ha dato assistenza per secoli ad ammalati, bisognosi, orfani e pellegrini, fino al 1877, quando si trasferì nell'ospedale civile. Il complesso, su tre piani, presenta ancora la sua primitiva cappella affrescata al piano terra e una corte interna. Accanto sorse alla fine del XV secolo la chiesa di Santa Maria dei Battuti, aperta al culto nel 1493, la data incisa sul portale del Pilacorte: negli stipiti ci sono motivi vegetali e le figurine di San Vito e di San Modesto, e nella lunetta la Madonna della Misericordia che protegge quattro oranti.

Dal 1535 Pomponio Amalteo affrescò il presbiterio con le Storie della vita di Maria e scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento, e dieci anni dopo tornò a decorare le pareti; ai lati dell'arco ci sono Davide e san Paolo. È il ciclo più importante della sua produzione, citato nelle Vite di Giorgio Vasari nell'edizione del 1568. Amalteo, nato a Motta di Livenza nel 1505 e morto a San Vito al Tagliamento nel 1588, fu allievo del pittore Giovanni De Sacchis detto il Pordenone, e ne sposò la figlia Graziosa. L'altare con le statue della Beata Vergine e dei santi Pietro e Giovanni Battista è di Pietro Baratta, dell'inizio del Settecento, e nel 1933 nella chiesa furono poste le lapidi e il sacrario dei caduti della prima guerra mondiale; sconsacrata, ospita mostre.

Il Duomo, dedicato ai Santi Vito, Modesto e Crescenzia, fu rifatto a metà del Settecento sulle fondamenta di una chiesa del XV secolo, per iniziativa dell'ultimo patriarca, Daniele Dolfin; dalla ricostruzione si salvarono il campanile quattrocentesco, alto 73 metri, e alcune pale d'altare rinascimentali. Nel 1708, subito fuori le mura, fu attivato il monastero delle suore dell'Ordine della Visitazione, e il patriarca Dionisio Dolfin volle che dopo la sua morte, nel 1744, il suo cuore fosse custodito nella chiesa del monastero.

La chiesa dell'Annunziata, documentata già nel 1348, ha affreschi in facciata, con il santo protettore che regge il borgo, e dentro un altare ligneo con un'annunciazione cinquecentesca del Padovanino. La chiesa di San Lorenzo, del Quattrocento, conserva un San Vincenzo Ferrer del Bellunello e lacerti dell'Amalteo: dal 1770 decadde con la soppressione del convento, nel 1797 fu usata come magazzino dalle truppe napoleoniche e nel 1988 fu restaurata. Fuori dalle fosse, in Borgo Favria, la chiesa di San Rocco conserva un altare ligneo del XVII secolo con la pala di Giuseppe Moretto datata 1571.

Nella frazione di Prodolone la chiesa di Santa Maria delle Grazie, del 1467, custodisce l'altare ligneo di Giovanni Martini e affreschi di Pomponio Amalteo. In aperta campagna, vicino al Reghena, la chiesetta di Santa Petronilla ha lacerti di affreschi della metà del XIV secolo e un'abside dipinta nel XVI secolo da Giuseppe Furnio, allievo dell'Amalteo.

La Madonna di Rosa, dalla casa Giacomuzzi al santuario

Il 2 febbraio 1655, a Villa di Rosa, allora sulla sponda sinistra del Tagliamento, Maria Giacomuzzi, detta Mariute, una bambina di 8 anni sofferente di epilessia, pregava con le zie davanti ad un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, dipinto su un riquadro di ciottoli sotto il portico di casa. Le cronache raccontano che Mariute vide una signora vestita di bianco, che chiedeva di ammonire la comunità contro la bestemmia e di essere portata in una chiesa su una strada frequentata. Il curato e il pievano non credettero al padre Giacomo; gli diede ascolto un frate venuto da Roma per le prediche quaresimali, padre Vitale Vitali.

La sera del 31 marzo 1655 la porzione di muro affrescata fu caricata su un carro, e lo stesso Giacomuzzi vi aggiogò un paio di buoi della sua stalla; l'immagine fu portata nella chiesetta di San Nicolò, fuori le mura di San Vito, che nel 1482 aveva avuto una nuova abside e un porticato. Dal 1836, su progetto dell'architetto sanvitese Lodovico Rota, la chiesa divenne il Santuario della Beata Vergine di Rosa, e l'8 settembre 1881 il vescovo di Concordia incoronò l'immagine; l'8 settembre è ancora la festa della Madonna di Rosa. Tra il 1893 e il 1902 fu costruito il campanile ottagonale, su disegno di Pietro Saccardo, detto «campanile delle uova»: i fondi vennero in gran parte dalla vendita delle uova che i ragazzi raccoglievano ogni settimana di casa in casa.

Il 31 dicembre 1944 una bomba di 3 quintali, sganciata da uno dei sei aerei alleati diretti al Ponte della Delizia, esplose sul fianco sinistro del santuario distruggendo abside, altare maggiore e parte dell'organo, e il giorno dopo l'immagine fu ritrovata intatta sotto le macerie. Nel marzo 1945 un ultimo bombardamento distrusse il santuario e il convento, risparmiando il campanile, e anche quella volta il riquadro di ciottoli riemerse integro. L'8 settembre 1953 fu posta la prima pietra del nuovo santuario, dall'altra parte della strada, su progetto di Brenno del Giudice e Achille Vettorazzo e con padre Timoteo Bertinato a guidare i lavori; il 28 agosto 1960 la Madonna di Rosa vi fu trasferita, e il nuovo santuario fu inaugurato.

La sua unica navata misura 60 metri di lunghezza, 14 di larghezza e 17 di altezza. Nella cappella di sinistra si vede l'affresco originale, attribuito a Marco Tiussi, pittore attivo nello spilimberghese tra il 1527 e il 1575, con la Madonna in trono che sorregge il Bambino; nel mosaico della cupola la Vergine è raffigurata dentro ai petali rossi di una grande rosa. La cappella di destra, dedicata a Gesù Misericordioso, fu inaugurata nel 1971.

La Coppa San Vito, Palinsesti e il pan zal di Rosa

Nessuna corsa ciclistica friulana ancora in calendario è più vecchia della Coppa San Vito, corsa in linea per la categoria Under 23 che il C.C. Stefanutti organizzò la prima volta nel 1923. La organizza la SCD Pedale Sanvitese, e il percorso si snoda tra San Vito al Tagliamento e i comuni limitrofi, in un territorio prevalentemente pianeggiante e adatto ai velocisti: l'hanno vinta Matteo Pelucchi, Filippo Fortin e Paolo Simion, poi diventati professionisti. Nel 2018 da San Vito partì la quattordicesima tappa del Giro d'Italia, conclusa sul Monte Zoncolan con la vittoria di Chris Froome.

Dal 2006 la rassegna d'arte contemporanea «Palinsesti», curata da studiosi dell'Università di Udine, usa gli spazi vuoti degli edifici storici della città, e ha accolto opere di Carl Andre, Tony Cragg e Luciano Fabro accanto alle nuove sperimentazioni. A giugno il concorso internazionale «Il piccolo violino magico» porta a San Vito giovani violinisti, e in primavera c'è la rassegna San Vito Jazz.

Il sanvitese produce vini come il Friulano e il Merlot DOC Friuli Grave, e la cucina della Bassa Pordenonese ha la rassa, l'anatra dei cortili cotta allo spiedo, e la brovada, rape macerate nelle vinacce e cotte a lungo, che si accompagna al musetto. Nella frazione di Rosa si tramanda il pan zal, il pane giallo: una focaccia dolce a base di zucca che si preparava in ottobre per la festività di San Luca, e che un tempo si cuoceva al centro del focolare, coprendo i pani con uno strato su cui si disponevano le braci. La frazione deve il suo nome alla vicinanza del Tagliamento e all'azione distruttrice delle sue acque, da cui «rosa», participio passato di rodere; la Villa di Rosa sorgeva nella zona del fiume prima dell'ultima alluvione distruttiva del 1851.

Domande frequenti

Quali sono le tre torri di San Vito al Tagliamento?

Le tre torri di San Vito al Tagliamento sono la Torre Raimonda a ovest e la Torre Scaramuccia a est, alzate alla fine del XIII secolo, e la Torre Grimana a sud, voluta nel Cinquecento dal patriarca Marino Grimani.

Dove sono gli affreschi di Pomponio Amalteo a San Vito al Tagliamento?

Gli affreschi di Pomponio Amalteo sono nella chiesa di Santa Maria dei Battuti, accanto all'antico ospedale: dal 1535 il pittore dipinse il presbiterio con le Storie della vita di Maria, e il ciclo è citato dal Vasari.

Che cos'è la Madonna di Rosa?

La Madonna di Rosa è un affresco della Madonna col Bambino su un riquadro di ciottoli, portato nel 1655 da Villa di Rosa a San Vito; è custodito nel santuario inaugurato nel 1960, dopo i bombardamenti del 1944 e del 1945.

Quali musei ci sono a San Vito al Tagliamento?

A San Vito al Tagliamento ci sono il Museo civico Federico De Rocco, con reperti dalla preistoria al Rinascimento e affreschi strappati, e il Museo provinciale della vita contadina Diogene Penzi, in Palazzo Tullio Altan.