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San Daniele del Friuli: la Guarneriana del 1466, la Sistina del Friuli di Pellegrino, il Portonat di Palladio e l'aria del prosciutto

San Daniele del Friuli, sul colle morenico: la Biblioteca Guarneriana del 1466, gli affreschi di Pellegrino in Sant'Antonio Abate e il Portonat di Palladio.

San Daniele del Friuli, Sant Denêl in friulano, è un comune della provincia di Udine arroccato in cima a un colle morenico, a 252 metri. Oltre al prosciutto crudo DOP ha la Biblioteca Guarneriana del 1466, gli affreschi di Pellegrino in Sant'Antonio Abate e il Portonat disegnato da Andrea Palladio.

La Biblioteca Guarneriana e il testamento del 1466

Guarnerio d'Artegna studiò a Roma, dentro la vita della Curia, e lì cominciò la carriera da prete. Tornato in Friuli come vicario del patriarca e pievano, aprì in casa sua a San Daniele un laboratorio di copisti, che diventò famoso per i libri copiati e conservati. Il 10 ottobre 1466, pochi giorni prima di morire, fece testamento e lasciò i suoi libri alla chiesa di San Michele, con regole rigorose su come custodirli e usarli: erano 173 manoscritti, e così nacque la Guarneriana, una delle prime biblioteche pubbliche d'Italia e la più antica del Friuli.

Proprio perché era aperta a tutti, tanti studiosi le regalarono le loro raccolte. Fra i codici miniati ci sono una rara copia trecentesca dell'Inferno di Dante e la Bibbia Levantina, con miniature che mescolano elementi occidentali e levantini. L'arcivescovo Giusto Fontanini, erudito e scrittore di San Daniele (1666-1736), regalò alla sua città molti libri stampati nel Cinquecento. Caduta Venezia, l'11 settembre 1797 il commissario francese Gaspard Monge portò via alcuni dei manoscritti più belli, che sono ancora a Parigi, alla Biblioteca nazionale di Francia.

La biblioteca, nel vecchio palazzo comunale, conserva circa 12 000 volumi antichi, e la loggia rinascimentale sotto si apre sulla piazza del Duomo. Fra i visitatori ci furono Ugo Foscolo, Ippolito Nievo e Giosuè Carducci. La Sezione Antica si visita solo per studio o con una visita guidata.

Sant'Antonio Abate, la «Sistina del Friuli»

Sant'Antonio Abate era la chiesa dell'Ospedale di Sant'Antonio, e se ne parla per la prima volta nel 1308, quando fu riconsacrata. Il terremoto del 1348 la danneggiò, e nella ricostruzione ebbe l'abside e la sacrestia. La facciata di pietra d'Istria, in gotico veneziano tardo, è del 1470, al tempo del rettore Emiliano Cimbriaco: ha un rosone traforato con scolpita una Maternità e vetrate a mosaico fra le prime del Friuli, e nella lunetta sopra la porta c'è Sant'Antonio abate fra San Giovanni Battista e Sant'Antonio da Padova.

Dentro c'è una sola navata, e una parte di essa, con il coro e l'arco trionfale, è coperta da tre cicli di affreschi. Dei primi due fu autore, a fine Trecento, Vitale da Bologna. Il terzo è di Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, che ci lavorò a più riprese fra il 1497 e il 1522: Profeti ed Evangelisti sulla volta del coro, la Crocifissione sulla parete di fondo, altri Profeti sotto gli archi e, sulle pareti, le storie di Sant'Antonio abate e di Cristo, dove si vedono ancora pezzi del ciclo più antico con l'Infanzia di Cristo. Per tutto questo la chiesa è chiamata la «Cappella Sistina del Friuli».

Pellegrino era nato a San Daniele nel 1467 e morì a Udine il 17 dicembre 1547. Nel 1495 chiese di fare il guardiano di una porta di Udine, promettendo di dipingerla con i leoni di San Marco, ma non lo presero. Fra il 1500 e il 1513 lavorò più volte a Ferrara per gli Este, e nel 1508 preparò le scene della Cassaria di Ariosto per il Carnevale. Nei suoi quadri si sente il fascino dei grandi veneti, soprattutto Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, e fra i suoi allievi ci furono Sebastiano Florigerio, Luca Monverde, i fratelli Francesco e Antonio Floriani e, più di tutti, il Pordenone. Sant'Antonio subì danni leggeri nella seconda guerra mondiale, peggiorati dal terremoto del 1976, e poi fu restaurata.

Il Duomo, Santa Maria della Fratta e la Casa del Trecento

In centro il Duomo di San Michele Arcangelo domina la piazza principale con la sua facciata bianca. Fu costruito da più architetti nel corso del secolo XVIII: nel 1703 il veneziano Domenico Rossi rifece la facciata della vecchia chiesa, che stava cadendo, nel 1721 Luca Andrioli ricostruì presbiterio, transetto, sacrestia e cappelle laterali, e nel 1769 si scelse il progetto del bresciano Carlo Corbellini per la parte centrale. Finiti i lavori, fu consacrato solo il 4 dicembre 1806. Accanto c'è il campanile disegnato da Giovanni da Udine, cominciato nel 1531 e mai finito.

Nelle tre navate ci sono l'altare maggiore dello scultore Francesco Fosconi, il fonte battesimale del XVI secolo e la Santissima Trinità del Pordenone; l'organo, con tre tastiere e più di tremila canne, è fra i più grandi della regione. Nell'autunno 1944 un bombardamento alleato colpì la facciata, il primo di una serie che nei mesi seguenti rase al suolo quasi tutto il paese; nella primavera 1945 le cannonate dei carri armati tedeschi in ritirata sfiorarono il Duomo, e altri danni li fece il terremoto del 1976.

Santa Maria della Fratta fu costruita dopo il 1348 addosso a un torrione delle mura del X-XI secolo, che è finito dentro l'abside ottagonale, e fu consacrata il 14 ottobre 1487. La facciata di pietra fu finita nel 1469, il portale ha un bassorilievo di Giorgio da Carona del 1476 e in cima c'è la bifora per le campane del 1501, opera di Donato da Lugano. Dentro si vedono l'altare del XVII secolo e un affresco del XV secolo con una caccia con il falcone. Fra le altre chiese del comune ci sono Santa Maria Maggiore, consacrata nel 1821, e Sant'Andrea, in località Picaron, dell'XI secolo.

Davanti al municipio c'è la Casa del Trecento, Cjase dal Tresinte in friulano, un edificio medievale che ha resistito al terremoto del 1976. Era il Banco dei Pegni del paese, poi è diventata la sede del gruppo locale dell'ANA. Ospita una mostra di cimeli militari di varie epoche su tre piani: gagliardetti e foto al primo, documenti, cartoline e bandiere sugli alpini e sui reparti austriaci della Grande Guerra al secondo, divise, armi e munizioni delle due guerre mondiali all'ultimo.

Il colle del castello e il Portonat di Palladio

Del castello di San Daniele restano pochi pezzi, qualche tratto di mura e una torre. Nel Parco del Castello, un'area verde da cui si guardano le colline intorno, ci sono villa Ticozzi de Concina, casa nobile del '700 costruita dai conti de Concina, e la chiesa di San Daniele in Castello. La tradizione vuole che all'inizio del X secolo il principe longobardo Rodoaldo l'abbia fatta costruire per farsi perdonare l'uccisione del patriarca di Aquileia Leone, e la chiesa diventò la pieve della gente che viveva sparsa nella pianura e ai piedi del colle.

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Gli scavi fatti in nove mesi fra il 1984 e il 1985 dalla Soprintendenza, dopo i danni del terremoto, hanno fatto scoprire molto sul passato più antico. Negli strati più profondi sotto la chiesa ci sono gli avanzi di un villaggio dell'età del bronzo finale, fra l'XI e l'VIII secolo a.C. Dalle ossa si capisce che la gente viveva soprattutto di pecore e capre, e in misura minore allevava maiali e bovini. Due bronzetti del cosiddetto guerriero in assalto, dell'età del ferro, e un pezzo di fibula con la staffa a testa di cavallo fanno pensare a un santuario in cima al colle: sono offerte votive simili a quelle di tanti santuari paleoveneti del Veneto orientale.

Dell'età romana restano i resti di una grande villa appena fuori dall'abitato, abitata dal I secolo a.C. La prima chiesa cristiana fu costruita in età carolingia, fra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo. Dentro c'era una sola tomba, chiamata S4: un uomo alto più di un metro e settanta, morto fra i 40 e i 50 anni, senza l'omero destro, forse tolto per farne una reliquia.

Un messale aquileiese della seconda metà del XV secolo, custodito nella Guarneriana, ricorda una consacrazione della chiesa nell'XI secolo. Nel XII secolo alla chiesa a tre absidi fu affiancata una torre di blocchi di calcare, diventata poi campanile: ogni lato misura all'esterno più di cinque metri, i muri alla base sono spessi quasi due metri e l'ingresso, rialzato, è sul lato ovest. Nel 1268 i fratelli nobili Luigino e Cozanello fecero un dono per tenere accese le luci della chiesa, nel 1400 il fonte battesimale passò alla chiesa di San Michele, e nel 1438 il maestro Bertone fu Odorico di Pretto di San Daniele ingrandì l'edificio.

Nel 1511 il castello fu danneggiato sia dalla rivolta popolare della Zobia Grassa, il Giovedì Grasso, sia da un forte terremoto; fu sistemato nel 1517 e poi abbandonato. Nel 1567 Girolamo di Porcia lo descriveva già in rovina, con in piedi solo la chiesa.

Fra il 1666 e il 1668 Valentino Cassino aggiunse tre cappelle, per San Daniele, il Santo Crocifisso e San Filippo Neri. Con i lavori cominciati nel 1747 dal conte Alberto Bertoli la chiesa fu consacrata nel 1750 e prese l'aspetto attuale entro il 1755: gran parte delle strutture più vecchie fu abbattuta, e l'orientamento cambiò da est-ovest a nord-sud. Colpita da un bombardamento nell'ottobre 1917, fu restaurata nel 1929.

Porta Gemona, il Portonat, fu costruita nel 1579 su disegno di Andrea Palladio, dentro una torre del vecchio castello medievale. Delle tre porte della città è l'unica rimasta. Sopra c'è una torretta di guardia, da cui un tempo si sorvegliava tutta la campagna intorno. Vicino a Santa Maria della Fratta la Scala Panoramica sale fino al Piazzale 4 Novembre, con la vista sulle colline.

Il Museo del Territorio nel convento dei Domenicani

Il Museo del Territorio sta nel chiostro seicentesco del vecchio ospedale, che prima era un convento domenicano, nella parte bassa del paese. È del 1678 l'atto con cui la Comunità di San Daniele permise ai padri Osservanti di San Domenico di costruire un edificio accanto al santuario della Madonna di Strada: 3 piani e 60 locali fra celle, stanze, soffitte, granaio, cortile, orto e brollo, il frutteto.

Nel 1768 Venezia, con la scusa di dover pagare la difesa del Mediterraneo dai Turchi, chiuse il convento, e nel 1772 lo mise all'asta: lo comprarono le Nobili Suore Servite. L'8 giugno 1805 Napoleone abolì le congregazioni religiose del Regno d'Italia, e quando il 25 aprile 1810 la legge arrivò anche in Friuli le Servite dovettero lasciare il convento e si sciolsero.

Dal 1811 al 1866 l'edificio fu della famiglia Ciconi di San Daniele. Il Pio Istituto, che già dal 1848 lamentava che il vecchio ospedale era troppo piccolo, comprò l'ex convento dopo lunghe trattative con il Comune, fra il 1856 e il 1866. Nel 1870-1871 l'ingegner Paoluzzi da Buja lo trasformò in ospedale, e fra le modifiche più grosse ci fu la chiusura degli archi del chiostro. Dopo il terremoto del 1976 il restauro dell'architetto Giovanni Avon riaprì i grandi archi del portico d'ingresso e del chiostro, e il Museo del Territorio è stato inaugurato nel 2004.

La sezione di archeologia raccoglie oggetti di vita quotidiana venuti dagli scavi, dalle ricerche sul terreno e dai privati, e i più antichi sono dell'XI secolo a.C. Nell'arte sacra ci sono due altari di legno di Sant'Antonio Abate e di Santa Maria della Fratta, dipinti su tavola e su tela e frammenti di affreschi del XIV e XV secolo. Altre sale raccontano l'artigianato e il lavoro nei campi, la comunità ebraica, che a San Daniele ebbe un ruolo importante fra l'XI e il XX secolo, e i lasciti di Vidoni, Contardo e Gattoli.

Anche a Cimano è venuta fuori una costruzione romana: nel 1988, dopo scavi abusivi, ai piedi di un colle a nord di San Daniele comparvero muri di ciottoli del I-III secolo d.C., con uno specchio di bronzo, pesi per stadera, un sesterzio di Adriano e un denario d'argento di Massimino il Trace.

L'aria di San Daniele, il prosciutto e la trota

San Daniele sta nella valle del Tagliamento, a metà strada fra le Prealpi Carniche e l'Adriatico, e il comune occupa circa 35 chilometri quadrati sui fianchi e ai piedi di un colle morenico. Qui l'aria tiepida e salmastra che risale il fiume dal mare, raffreddandosi, incontra i venti freddi di nord-est che scendono dalle Alpi Carniche, e ne nasce una brezza leggera e continua. Il Tagliamento, uno degli ultimi fiumi alpini d'Europa rimasti quasi dappertutto allo stato naturale, regola temperatura e umidità dell'aria, e il terreno, fatto soprattutto di ghiaia morenica, lascia scorrere via l'umidità. Per questo preparare, salare e stagionare le cosce di maiale si può fare solo a San Daniele, in grandi saloni con tante finestre che si aprono spesso per far passare l'aria.

Il legame fra il prosciutto e la sua terra fu protetto per la prima volta dalla legge del 4 luglio 1970, n. 507, poi sostituita da quella del 14 febbraio 1990, n. 30. Nel 1996 l'Unione europea ha iscritto il prosciutto di San Daniele fra i prodotti a Denominazione di Origine Protetta. Gli ingredienti sono tre: il clima, cosce di maiale italiane scelte e sale marino. Le 31 aziende della DOP hanno tutte sede nel comune. Molti prosciuttifici si possono visitare, con assaggio, e i prodotti del territorio si comprano al Mercato della Terra, un mercato all'aperto organizzato con Slow Food e con il Parco Agroalimentare di San Daniele.

Poco lontano dal colle, nel Tagliamento, vive la trota: nella zona di Villanova la trota salmonata viene allevata e affumicata a freddo con legno di faggio e bacche di ginepro, e si vende con il nome di Regina di San Daniele.

Domande frequenti

Che cosa vedere a San Daniele del Friuli?

La Biblioteca Guarneriana, Sant'Antonio Abate con gli affreschi di Pellegrino, il Duomo di San Michele Arcangelo, Santa Maria della Fratta, la Casa del Trecento, il Portonat di Palladio e il Museo del Territorio.

Perché Sant'Antonio Abate è chiamata la Sistina del Friuli?

Per i suoi affreschi, soprattutto il ciclo di Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, dipinto fra il 1497 e il 1522.

Chi ha fondato la Biblioteca Guarneriana?

Guarnerio d'Artegna, che con il testamento del 10 ottobre 1466 lasciò 173 manoscritti alla chiesa di San Michele.

Perché il prosciutto si fa proprio a San Daniele?

Per l'aria: le brezze che salgono dall'Adriatico lungo il Tagliamento incontrano i venti freddi delle Alpi Carniche, e il terreno morenico asciuga l'umidità.