🏘️ Borghi & Città · 14 min di lettura

Paularo: la necropoli di Misincinis, gli affreschi di Antonio Schiavi, i palazzi dei Calice e la Femenàte della Val d'Incarojo

Paularo, in Carnia: la necropoli di Misincinis, la chiesa di San Vito affrescata da Antonio Schiavi, i palazzi dei Calice, la Mozartina e la Femenàte.

Paularo, Paulâr in friulano, è un comune della Carnia orientale, in provincia di Udine, nella Valle d'Incarojo percorsa dal torrente Chiarsò. Ha la necropoli preromana di Misincinis, la parrocchiale di San Vito dipinta da Antonio Schiavi, i palazzi dei Calice e il falò dell'Epifania, la Femenàte.

Misincinis e la storia della Valle d'Incarojo

Vicino al passo del Cason di Lanza sono stati trovati attrezzi di selce del Mesolitico recente, fra il 5500 e il 4500 a.C. circa, persi dai cacciatori che salivano a cercare selvaggina anche oltre i 1.500 metri.

Ma la prima vera testimonianza è la necropoli di Misincinis. I primi oggetti vennero fuori per caso durante alcuni lavori dei coniugi Clama attorno a casa, e il cimitero fu scavato fra il 1995 e il 2001. Stava su un pendio al sole, verso sud, a circa 700 metri, lungo la via, usata già nell'età del bronzo, che dal bacino del But porta per i passi di Lanza e Lodin nella valle del Gail, che adesso è in Austria. Le 145 tombe sono tutte a cremazione, come si usava nell'età del ferro in tutto il Caput Adriae: le ossa bruciate erano deposte con il corredo in vasi di ceramica o in semplici buche. Dentro c'erano più di 800 oggetti: spilloni, ganci da cintura, pendagli, coltelli di ferro a lama ricurva decorati, una punta di giavellotto e il puntale di una lancia. Il pezzo più bello è una fibula decorata a cerchietti, unica al mondo, che gli studiosi hanno chiamato fibula «Paularo».

Le tombe vanno dall'VIII al IV secolo a.C., in due gruppi. Quelle più antiche hanno corredi simili a quelli di Este, nel Veneto euganeo, di Hallstatt, nel Salisburghese, e della Slovenia occidentale; il gruppo più recente, e più numeroso, ha oggetti diffusi soprattutto nelle Alpi e nelle Prealpi fra Trentino-Alto Adige, Austria e Slovenia. Altri pezzi, trovati in superficie e datati dal III al I secolo a.C., sono di tipo La Tène e fanno pensare a rapporti con i Celti del medio Danubio e della Carinzia. È la prima volta che si sono potuti conoscere i riti funebri dei popoli preromani della Carnia, forse i Carni di cui parlano i testi latini, prima della fondazione di Aquileia. L'area degli scavi è stata ricoperta, e una parte degli oggetti è al Museo Archeologico di Iulium Carnicum.

Per i Romani la valle era un buon pascolo per i soldati di stanza a Zuglio, Forum Iulium Carnicum. Ne sono rimaste poche tracce: una tomba a Misincinis e un pezzo di strada lastricata a Chiastilirs, vicino a Dierico, dove c'era anche un vecchio fortino, forse un castelliere preistorico a guardia della valle. Nel 705 sulle montagne della Valle d'Incarojo ci furono battaglie fra Longobardi e Slavi, e il 31 agosto 1037 il patriarca Poppone, nel suo testamento, lasciò Pizzul alla Chiesa di Aquileia. Il nome Paularo compare per la prima volta in un documento del 1295, «de Paular de Canali de Incaroy». Il 16 luglio 1420 finì la guerra fra il Patriarcato e Venezia, e la valle entrò nella Patria Veneta, divisa fino ai primi dell'Ottocento nei comuni di Villamezzo, Paularo, Dierico, Salino e Trelli; il 30 agosto 1478 si combatté contro i Turchi la Battaglia di Lanza. Nel 1797 la valle passò all'Austria, e nel 1866 la Carnia, e Paularo con lei, diventò italiana. L'11 ottobre 1944, durante un rastrellamento, circa 300 abitanti furono arrestati e deportati nei lager tedeschi. Il 10 e l'11 settembre 1983 una grande alluvione cambiò per sempre una parte del fondovalle e delle sue strade.

San Vito e gli affreschi di Antonio Schiavi

La parrocchiale dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia martiri guarda Paularo dall'alto di un colle, sorretta da grossi muri di blocchi di pietra grigia. Le tre torri dello stemma comunale ricordano i tre fortini che per secoli difesero il paese: secondo la tradizione il terzo, con una torre e un tempietto pagano, stava proprio sul colle della chiesa. I primi documenti sulla chiesa sono del XIII secolo. Il 1° giugno 1300 la comunità, che contava circa centoventi famiglie, si accordò con il pievano d'Illegio, che prometteva un curato fisso in cambio di venti staia di frumento all'anno; il 10 giugno 1399 un altro accordo ribadì che serviva un cappellano stabile. Una bolla del 31 agosto 1533 cita il fonte battesimale e il cimitero: la valle d'Incarojo si era staccata dalla chiesa madre di San Floriano. Giuseppe de' Costantin, parroco dall'11 maggio 1583, verso fine secolo fece dipingere da Giulio Urbanis le volte di San Vito e di Santa Maria a Dierico.

Nel 1742 la Fabbriceria decise di abbattere la vecchia chiesa e di costruirne una nuova. Nel 1745 il parroco Leonardo Antonio Capellani posò le fondamenta del coro, che nel 1747 ricevette l'altare di marmo bianco di Carrara regalato da Jacopo Linussio alla chiesa dove era stato battezzato. Fu lui a far dare il progetto a Domenico Schiavi, che aveva già messo alla prova nel palazzo di famiglia. Nel 1769 la chiesa vecchia fu demolita del tutto, e con lei andarono persi gli affreschi di Urbanis; Domenico Schiavi finì la nuova nel 1785. Nel 1775 il fratello Antonio Schiavi dipinse sul soffitto la Madonna in gloria fra i santi patroni: sotto di lei San Michele arcangelo acceca e trafigge Lucifero e gli angeli ribelli. Sui pennacchi mise i quattro Evangelisti, pagati da Tommaso Calice, e sui quattro pilastri d'angolo quattro riquadri di 320x170 cm: il Sacrificio di Melchisedec, l'Adorazione dei pastori, l'Adorazione dei Magi e il Sacrificio di Isacco. Antonio Schiavi dipinse anche lo sportello del tabernacolo, su metallo, con foglia d'oro zecchino e ossidi metallici.

Nel 1803 Giovanni Francesco Pellizzotti, nato a Villamezzo di Paularo nel 1740, dipinse le due grandi tele del presbiterio, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci e le Nozze di Cana, di 360x180 cm, e affrescò sul soffitto del coro la Trinità in gloria e nei pennacchi i quattro Dottori della Chiesa. Anche la pala delle Anime purganti porta la sua firma e la data 1803; suo padre, Giovanni Battista, era un cramaro che commerciava in Moravia. L'altare del Crocifisso, regalato nel 1783 dai fratelli Pietro Nicolò e Nicolò Del Negro, conserva un Cristo di legno del XVI secolo; l'organo sulla cantoria è documentato dal 1764, e nel 1990 la ditta Gustavo e Francesco Zanin lo ha riportato com'era.

La facciata, rimasta a metà, fu completata dal parroco Nicolò Selenati, in carica dal 1806 al 1855, con il pronao costruito fra il 1849 e il 1851 su disegno di Giambattista Bassi: quattro enormi colonne ioniche che reggono una trabeazione liscia. Pacifico Valussi, salito in valle a trovare l'architetto, disse che la chiesa era una delle tre meraviglie del Friuli, insieme al Ponte del Diavolo di Cividale e al duomo di Gemona. Per arrivare alla porta si salgono centoventisette gradini, a partire dal primo, accanto all'ingresso dello storico palazzo Calice-Screm. Dopo il terremoto del 1976 i lavori di consolidamento e restauro li diresse l'architetto Bruno Canciani.

I palazzi dei Calice e di Jacopo Linussio

Dalla seconda metà del Cinquecento si stabilì a Paularo la nobile famiglia Calice, che controllava il commercio del legname per Venezia. Il palazzo Calice-Screm, costruito nel 1591 da Floreano Calice, sta sulla riva destra del Chiarsò: al palazzo originario, con logge e due file di archi a tutto sesto, nei primi decenni del Settecento si aggiunse un'ala nuova, che ospita alcune mostre dell'ecomuseo. Accanto c'è l'oratorio di Sant'Antonio, costruito nel 1674 da Tommaso Calice, lo stesso anno in cui l'imperatore lo fece barone per meriti militari. L'oratorio, sconsacrato, è del Comune, che lo usa per mostre d'arte e di fotografia, concerti e cori.

Paularo: la necropoli di Misincinis, gli affreschi di Antonio Schiavi, i palazzi dei Calice e la Femenàte della Val d'Incarojo - Borghi & Città in Friuli Venezia Giulia

Di fronte, sulla riva sinistra del Chiarsò, i Calice fecero costruire nella seconda metà del Seicento un altro palazzo, il Palaç, al centro della leggenda secondo cui il conte Mocenigo l'avrebbe costruito per amore di Silvia Calice. Nel Settecento diventò la casa dei Linussio: Jacopo Linussio, nato l'8 aprile 1691 a Villa di Mezzo, nella valle d'Incarojo, aprì a Moggio un piccolo laboratorio per pettinare il lino, e fra il 1722 e il 1725 dava lavoro a 150 telai, 200 tessitori e 2500 filatrici. Per il testamento di Apollonia Moro il palazzo Linussio-Fabiani passò ai Fabiani, e vi furono ospiti Giovanni Battista Bassi, Filippo Giuseppini, Alessandro Wolf, Caterina Percoto e Giosuè Carducci. Vicino a Palazzo Fabiani c'è il borgo Cjaveç, fra i più antichi del paese, dove casa Del Negro conserva un vecchio torchio per il sidro di pere «martins» e di mele paularine.

A Villafuori il palazzo Valesio-Calice è cresciuto in più tempi attorno a un nucleo del Cinquecento: è un grande edificio a due ali su un ampio cortile chiuso da mura merlate, con lo stemma della famiglia sulla chiave dell'arco del portale. A un centinaio di metri c'è la chiesetta dei Santi Fabiano e Sebastiano, costruita nel 1688 su un terreno e con i soldi dei fratelli Giacomo e Pietro Calice. Villamezzo, conosciuta dal 1275 come Villa de medio, bruciò il 24 dicembre 1709; ricostruita, conserva il sacello di Santa Maria di Loreto del 1745, un raro edificio a otto lati, e la Cort di Tarusç, che c'era già nel 1737, con lavori in legno del maestro Giacomo Sbrizzai.

A Dierico la parrocchiale di Santa Maria Maggiore, nata verso il 1300, ha gli affreschi di Giulio Urbanis e un altare di legno del 1522 di Antonio Tironi da Bergamo. A Chiaulis la chiesa di San Pietro apostolo, del 1715, conserva un San Pietro attribuito a Nicola Grassi, e a Salino la parrocchiale di Santa Caterina d'Alessandria, costruita nel 1400 e rifatta nel 1849, ha un vecchio campanile medievale. Sul monte Castoia il santuario di Maria SS. Ausiliatrice, del 1870, custodisce sopra l'altare la pietra con l'immagine della Madonna con il Bambino, la «Madone dal Clap», che secondo la leggenda fu trovata nel ruscello lì accanto.

Cascate, forre e il cippo di Maria Teresa

Tre croci di ferro stanno su tre cime attorno alla Valle d'Incarojo: il Sernio (2187 m), lo Zermula (2143 m) e il Tersadia (1959 m). Fra Salino e Lambrugno la cascata di Salino scende su rocce sedimentarie di 250 milioni di anni. Caterina Percoto, poetessa e scrittrice che passava le vacanze in una casa di Tavella, la chiamò «una delle meraviglie della Carnia». La cascata das Glîrs, fra Meledis e Valbertad, scorre su calcari siluriani dai colori quasi rosa; quella da Nasjä, fra Ravinis e malga Pizzul, su rocce vulcaniche verdastre. La forra das Caläs, scavata dal Chiarsò in Ramaz, è profonda un centinaio di metri e larga da due a cinque, ed era il terrore dei boscaioli che rischiavano la vita durante la «menade», quando i tronchi scendevano a valle spinti dall'acqua. Un sentiero facile passa nel tratto più selvaggio del fondovalle.

Nel bosco di Zermula, sulla strada per il passo del Cason di Lanza, cresce «La Palmä», un abete bianco che la regione ha messo fra i suoi monumenti naturali: a pochi metri da terra il tronco si divide in sei fusti, e il più alto arriva a 35 metri. Fra Lanza e il confine austriaco si apre la Grotta di Attila, lunga 400 metri: una delle tante leggende dice che dentro ci sia ancora un tesoro nascosto da Attila e mai trovato. Lungo i sentieri si incontra il cippo di confine n. 15 del 1772, voluto da Maria Teresa, con il leone di San Marco da una parte e lo stemma del ducato di Carinzia dall'altra; porta anche la data 1887, della nuova linea di confine tracciata dopo che il Friuli era diventato italiano nel 1866.

Sullo Zermula e sul Pizzul resta una rete quasi continua di trincee, gallerie e depositi di armi della Grande Guerra, con la fortezza della Buse da gjaline. Sullo Zermula il 14 settembre 1915 gli austriaci bombardarono i soldati italiani, e il 2 aprile 1917 a Casera Turiee una valanga travolse il comando del Battaglione Alpini «Monte Granero», uccidendo anche il comandante, il maggiore Vincenzo Arbarello. Il 3 aprile 2022 Paularo è diventato Villaggio degli Alpinisti. La strada del Duron, cominciata nel 1913 e allargata per i camion fra il 1939 e il 1940, è una salita dura che il Giro d'Italia ha fatto più volte per arrivare sullo Zoncolan. Sul Chiarsò si va in canoa, e a Saletti c'è un'area di 15.000 metri quadrati con campi da tennis, calcetto e pallavolo, una parete d'arrampicata e il minigolf.

Mozartina ed Ecomuseo I Mistîrs

A Villamezzo, nel palazzo Scala, la sua casa, il maestro Giovanni Canciani (1936-2018) ha messo insieme la collezione della Mozartina, soprattutto strumenti a tastiera: organi, clavicembali e pianoforti sistemati su tre piani come se fossero mobili di casa. Il pezzo più prezioso è un organo Testa di circa il 1650, che fa stare 320 canne in poco meno di un metro quadrato. Ci sono un pianoforte Erard, la marca che Beethoven preferiva, un raro pianoforte da tavolo Kaeferle dell'Ottocento e un pianoforte Lipp con una strana leggenda: ogni volta che sembra di sentirlo suonare, succede qualche incidente curioso. C'è anche un archivio prezioso con spartiti scritti a mano da Haydn, Mozart, Salieri, Verdi e altri.

L'Ecomuseo I Mistîrs, cioè «i mestieri», ha preso il nome dalla festa dell'ultimo fine settimana di agosto ed è nato nel 2009. È un museo sparso nel paese, lungo un percorso che sale da Chiaulis a Ravinis: il mulino ad acqua di Salino, la teleferica ancora in funzione nel capoluogo, la mostra sul lavoro dei boscaioli a Villamezzo, nella stazione del Corpo Forestale Regionale. Durante la festa dei Mistîrs le frazioni si riempiono di boscaioli e intagliatori, pastori e casari, fabbri e arrotini, e il gruppo Menàus fa rivivere la menàde, i tronchi portati a valle dall'acqua del Chiarsò. A Ravinis il museo del Carnevale artistico, nato nel 2011, raccoglie i lavori del gruppo che dal 1991 costruisce carri allegorici e costumi-scultura.

Femenàte e cucina della Val d'Incarojo

La Femenàte è il falò del 5 gennaio, che viene da antiche usanze celtiche. Il nome vuol dire donnaccia o strega in friulano, e indica tutto il male che si brucia con il grande fantoccio la vigilia dell'Epifania. È un telaio a forma di rombo, alto fino a 15 metri, fatto di pertiche d'abete inchiodate e retto da un palo piantato in terra, riempito di fieno, stocchi di mais, rami secchi di fagiolo e ramaglie. Si comincia a prepararla la mattina, stesa a terra; solo nel pomeriggio viene alzata dritta con corde e scale, senza nessuna macchina. Al tramonto un ragazzo dell'ultima leva le dà fuoco, e il «vecchio saggio» legge nelle scintille come andrà l'anno, secondo il detto: «Se il fum al va a jevant, l’anàde sarà bondant. Se il fum al va a tramont, cjol il sac e va pal mont». Se il fumo va verso est l'anno sarà ricco, se va verso ovest tanto vale prendere il sacco e partire a cercare fortuna.

Una volta la Femenàte si bruciava a Casaso; poi l'usanza si è allargata alle altre frazioni, e una dopo l'altra bruciano quelle di Ravinis, Misincinis, Cogliat, Villafuori, Villamezzo, Via Piave, Cuelalt, Via Roma, Casaso e Dierico. A Dierico un tempo non si faceva il fuoco: i ragazzi andavano nei campi a spargere l'acqua benedetta. Spenta la brace, i giovani di ogni frazione, con gerle e cesti, bussano a tutte le case per la «farine das lausjignes», la farina delle faville: farina da polenta, formaggio e salsicce per la cena tutti insieme. La stessa sera a Villamezzo si festeggia l'arrivo dei Re Magi.

In tavola c'è la polenta di mais, che dalla metà dell'Ottocento alla seconda guerra mondiale fu il cibo principale di quasi tutte le famiglie di Paularo, e poi il frico, i cjarsons e la brovada con il muset. Le specialità del posto sono il tocj di braide, salsiccia con polenta morbida, ricotta affumicata e burro fuso; lo sciuviti, spezzatino di filetto di maiale con farina bianca, latte, burro e vino rosso; lo šterz, farina di mais tostata ridotta a gnocchetti; i sopis, con pane e uovo sbattuto; il sufrit, con mosto e latte; e la burbusjâ, polenta morbida con burro, acqua e farina.

Domande frequenti

Dove si trova Paularo?

In Carnia orientale, in provincia di Udine, nella valle chiamata Valle d'Incarojo, Val Chiarsò o Valle di Paularo.

Che cosa si vede a Paularo?

La chiesa di San Vito con gli affreschi di Antonio Schiavi, i palazzi dei Calice e dei Linussio, la collezione della Mozartina, la cascata di Salino e il cippo di confine n. 15 del 1772.

Che cos'è la necropoli di Misincinis?

Un cimitero preromano scavato fra il 1995 e il 2001: 145 tombe dall'VIII al IV secolo a.C., con più di 800 oggetti.

Che cos'è la Femenàte di Paularo?

Il falò del 5 gennaio, di origine celtica: ogni frazione brucia un grande rombo di abete e fieno, e dalle scintille si capisce come andrà l'anno.