Marano Lagunare, Maran in veneto e in friulano, è un comune in provincia di Udine affacciato sulla laguna tra le foci dello Stella e del Corno. Marano Lagunare fu fortezza dei Patriarchi di Aquileia e poi di Venezia, e conserva la Torre Millenaria, la Loggia Maranese e i casoni.
Il praedium Mariani e il Sinodo del 590
Il centro storico ha origini preromane, presumibilmente venetiche, testimoniate da reperti significativi. La sua storia romana è legata ad Aquileia, colonia fondata nel 181 a.C. da 300 soldati: dopo il 169 a.C. altre famiglie furono inviate a rafforzare la colonizzazione dell'agro aquileiese, e il nome di Marano viene da una di queste gentes. L'insediamento nacque attorno al II secolo a.C. come presidio militare a difesa del porto di Aquileia e si chiamò praedium Mariani, cioè «fondo o podere di Mario»; la piazzetta centrale porta ancora il nome di Marii. La forma Mariano durò a lungo: la usa Paolo Diacono nella Historia Langobardorum, e la si ritrova in un documento del 1239. Poi la i cadde, e l'aggiunta «lagunare» è del Novecento, resa necessaria dopo l'Unità d'Italia per distinguere il borgo dagli altri luoghi omonimi. I reperti romani trovati in laguna sono conservati al Museo del Castello di Udine e a Marano, e nell'area lagunare passava la via Annia, la strada che collegava Concordia ad Aquileia.
Nel 590 i vescovi del patriarcato di Aquileia si riunirono in sinodo proprio a Marano. Il patriarca Severo, che durante le invasioni longobarde risiedeva a Grado, era stato condotto con la forza a Ravenna dall'esarca bizantino Smaragdo e costretto ad abiurare lo scisma dei Tre Capitoli; tornato a Grado, trovò il popolo ostile. Paolo Diacono racconta che a Marano si tenne «un sinodo di dieci vescovi», durante il quale Severo presentò una ritrattazione scritta. Per ospitare un simile incontro, Marano doveva avere già una comunità cristiana fiorente, con una chiesa e le strutture per accogliere i vescovi. La via principale, via Sinodo, è dedicata fin dall'antichità al celebre Sinodo del 590, che è considerato uno dei sinodi scismatici della Chiesa: i vescovi presenti sostennero il patriarca per ragioni politiche, preferendo un'alleanza con Bisanzio piuttosto che con Roma. Nel 1990, per il 1400° anniversario, fu coniata una medaglia commemorativa, opera dello scultore Bandoli.
Il 14 luglio 1031, con il Privilegium Poponis, il patriarca Popone fece di Marano il primo baluardo del patriarcato verso il mare: la circondò di bastioni alti e solidi, vi fece mulini e saline e le diede privilegi e statuti propri. Con lo stesso Privilegium donò la pieve al Capitolo di Aquileia, al quale da quel momento spettava nominare il pievano, riscuotere le decime e godere di tutti i diritti derivanti dalla donazione. La comunità godeva del diritto di essere rappresentata in parlamento e, come Aquileia, era governata da un podestà; in epoca medievale a Marano si parlava friulano e si utilizzava il diritto delle Costituzioni della Patria del Friuli del 1365. Dei patriarchi rimane la Casa dei Patriarchi, che aveva una sala chiamata «sala del trono», con i soffitti di legno dipinti e le pareti ornate di scene sacre; la piazzetta davanti si chiama da secoli Corte dei Patriarchi.
La fortezza contesa tra Patriarchi e Venezia
Nel 1216 i Veneziani attaccarono Marano, e gli assalti si ripeterono nel 1254 e nel 1287. Nei conflitti suscitati dalla nomina del patriarca Filippo d'Alencon, Marano cadde in mano ai Ferraresi, ma nel 1389 ritornò alla chiesa aquileiese. Nel 1420, con atto di dedizione in data 18 luglio, Marano passò alla Repubblica di Venezia. Arrivati in fortezza, i veneziani vi misero un rettore, o provveditore, che comandava i soldati e governava anche la vita civile e la giustizia: restava in carica 16 o 18 mesi e sotto di sé aveva un vicario, un cancelliere e un cavaliere che faceva da polizia. Venezia conservò lo statuto concesso da Popone. Nel 1470 arrivò in rinforzo una squadra di balestrieri di marina, e i soldati di Marano bloccarono i Turchi di Omar Bey: la calle «Turchia» con ogni probabilità ricorda quei giorni.
Nel dicembre 1513 la fortezza cadde per un tradimento. Capitano di Marano era Nicolò Pesaro, e prete Bortolo, vicario di Mortegliano, con il pretesto di una battuta di caccia si fece dare la chiave della porta verso la pianura: circa 200–250 cavalieri boemi irruppero nella fortezza, e Pesaro fuggì con i pochi soldati di guardia verso Portogruaro. Il prete tentò di consegnare anche Portogruaro, ma Daniele Toffolo, «homeno d'arme et fidele di la Serenissima», lo attese in agguato e lo catturò; processato a Venezia dal Consiglio dei Dieci, fu giustiziato tra le due colonne della Piazzetta di San Marco, e Marin Sanudo annotò nei suoi Diari: «Et cussì finì la vita sua come el meritava». Nel Cinquecento Girolamo di Porcia descriveva la fortezza come un luogo di muraglia, terrapieni e fosse larghissime dove entra la marina, a cui da terra si arrivava per una sola strada. Nel 1521, al tempo del Trattato di Worms, il Senato di Venezia offrì molto denaro per riavere la fortezza, ma gli imperiali non cedettero; quelle trattative le ricorda una calle del centro, la «Vormazia». Con gli Asburgo Marano diventò signora feudale di vari villaggi dell'Impero: Campomolle di Teor, la gastaldia di Chiarisacco, Gonars, San Gervasio, Castel Porpetto e Rivarotta vicino a Palazzolo dello Stella.
La notte del 2 gennaio 1542 l'udinese Beltrame Sacchia, il bresciano Giuseppe Cipriani e Bernardino de Castro di Pirano, fingendosi commercianti di grano, fecero entrare nel canale una barca piena di armati e presero Marano, aiutati da 163 soldati arrivati da Muzzana. Sacchia affidò la fortezza al capitano Pietro Strozzi, al servizio del Re di Francia, che vi issò la bandiera francese, mentre l'imperatore Ferdinando d'Austria fece costruire il piccolo forte di Maranutto per abbattere i bastioni con l'artiglieria. Strozzi mandò Giovanni dei Pazzi a Venezia a trattare la consegna, lasciando intendere che altrimenti avrebbe ceduto la fortezza ai Turchi: il Senato pagò 35.000 ducati, e il 29 novembre 1543, sotto il doge Pietro Lando, Marano tornò definitivamente a Venezia. Le vie del centro storico dedicate a Sacchia, Strozzi e Guidobaldo di Urbino ricordano quel ritorno.
Nel 1540 Giovanni Cortona disegnò la pianta più dettagliata della fortezza, conservata nell'archivio dei Savi di Venezia. Aveva una forma all'incirca triangolare, con il bastione di Sant'Antonio a sud e quelli di San Giovanni e San Marco a nord, e mura di circa 620 passi; si entrava dalla «porta del mar», a est, usata da soldati e pescatori, e dalla «porta dell'oro», a nord, rivolta verso la terraferma. Nel 1561 il provveditore Marco Longo riferiva di aver comprato molte barche di pietra per il bastione di San Marco. Lo Statuto della «Magnifica Comunità» veniva dal Libro d'oro, chiamato così per la copertina in cuoio con borchie dorate: l'originale è andato perduto perché trafugato, e il testo è arrivato grazie a una copia del cancelliere Angelo Angelini, nel Settecento. La dedizione alla Serenissima riportata nello Statuto, che viene letta alla comunità dal primo cittadino il primo giorno dell'anno, obbligava il pescatore che volesse farsi una barca nuova a recarsi in Istria a sue spese per portare in fortezza un carico di pietre per le mura. Marano perse importanza con la fondazione di Palmanova, nel 1593, ma rimase veneziana fino alla caduta della Repubblica nel 1797.
Nell'Ottocento, sotto il Regno Lombardo-Veneto e poi, dal 1866, nel Regno d'Italia, le epidemie del 1836 e del 1886 decimarono la popolazione, e nel 1890 il sindaco Rinaldo Olivotto ottenne la demolizione delle mura, che ostacolavano la ventilazione. Della fine dell'Ottocento sono anche vari progetti, tutti abortiti, per trasformare Marano in uno scalo marittimo d'importanza adriatica, legati ai nomi di Rinaldo Olivotto e Riccardo Fabris. Le pietre d'Istria delle mura erano state acquistate da un impresario edile, il signor Carandon, che le cedette al Comune con atto notarile; i maranesi le sentivano loro, e a fine Ottocento nacque la canzone «Le mure le ze nostre e no de Carandon». Delle mura resta il baluardo di Sant'Antonio, lungo il Canale del Molino, inglobato nello stabilimento del tonno Maruzzella, con lo scudo araldico del provveditore Pietro Memmo (1571) sulla facciata esterna e il casello della polvere a base esagonale, costruito nel 1610 dal provveditore Giuseppe Michiel.
Piazza granda, la Torre Millenaria e la Loggia Maranese
Il centro storico ha mantenuto la struttura della fortezza: dall'alto si riconosce il triangolo originario delle case, e le calli seguono uno schema a lisca di pesce, con via Sinodo come dorso e le calli laterali parallele. Il cuore è piazza Vittorio Emanuele II, già piazza Grande, che i maranesi chiamano «granda».

La Torre Millenaria è alta 32 metri, su 5 piani, e se ne hanno le prime notizie nel 1066; è probabile che in principio fosse una torre d'avvistamento. I maranesi la chiamano «Millenaria», per dire quanto conta più che per indicarne l'età. Nella facciata sud, entro le nicchie, ci sono i mezzi busti dei provveditori delle famiglie Bragadeno, Gradenigo e Foscarini; verso levante, in una nicchia, il Leone detto in moleca, che per i Veneti, vista la posizione rannicchiata, somiglia a un granchio durante il cambio del guscio; verso ponente la lapide del provveditore Tron (1608), poi diventato doge. Nello spigolo è incastrato un anello di una grossa catena del XVI secolo, a cui venivano legati coloro che commettevano reati, per esporli alla berlina dei passanti. Il provveditore Gerolamo Contarini, il cui stemma sta nell'architrave del portone, fece costruire nel 1557 due prigioni, una sotterranea e l'altra nella parte soprastante, che nel 1601 fu un deposito di munizioni e polvere da sparo. L'orologio in alto ha un marchingegno settecentesco del 1739, che andava ricaricato a mano salendo 98 gradini. Il terremoto del 1976 danneggiò gravemente la torre, e la parte superiore è stata ricostruita.
A contatto con la torre, sul lato nord, c'è la Loggia Maranese, detta anche Casa delle Ragioni: una loggia chiusa con bugnato in pietra d'Istria, di proprietà privata, dove la comunità si riuniva. Al pianterreno sono rimaste le arcate in pietra a sesto acuto da cui si accedeva al salone del piano primo, dove nel 1421 dipinse Domenico Baietti da Udine. Nel salone sedeva il Consiglio della Magnifica Comunità; al pianterreno, fra cancellate in ferro battuto, si tenevano le aste per le valli da pesca e il tòco, il sorteggio stagionale delle seraie di pesca. Fra gli affreschi c'era lo stemma del comune, una grossa quercia sotto la quale un cinghiale si pasce di ghiande, con un'aquila ad ali spiegate. Sopra la loggia sorgeva un tempo il Palazzo Comunale, crollato nel Settecento per scarsa manutenzione, e le bifore che con buona probabilità ornavano la facciata furono usate agli inizi del Novecento per abbellire una casa privata, Villa de Asarta, costruita nel 1898 sul bastione di San Marco e abbattuta nel 1971 per far posto alla scuola materna.
Sulla stessa piazza si affaccia il Palazzo dei Provveditori, abitazione dei governatori della fortezza, che risale probabilmente al Quattrocento; al centro della facciata c'è il busto del provveditore Zaccaria Bernardo (1673). Sull'edificio della Gran Guardia, che nei secoli XV-XVIII ospitava il Corpo di Guardia di 50 fanti, una nicchia accoglie la statua in pietra del provveditore Pietro Bernardo Bembo, popolarmente detto Piero Bimbi, accanto a due pennoni su paracarri seicenteschi. L'acqua potabile era scarsa, e nella piazza sta il pozzo Priuli del 1587, mentre in piazza Marii c'è il Contareno: due vere da pozzo esagonali in pietra d'Istria per la raccolta dell'acqua piovana.
Vicino alla torre è stata collocata la Piera dei anzuliti, in maranese «pietra degli angioletti», una colonna in pietra bianca che faceva parte della porta del mare, abbattuta con la cinta muraria. Stava coricata alla vecchia pescheria, dove il corteo funebre si fermava per l'ultima benedizione, e nei funerali dei bambini la piccola bara veniva posata su di essa: ha svolto questa funzione fino agli anni Settanta. Vicino alla vecchia pescheria sta il Monumento ai Caduti del Mare, del 1974: un marinaio che tiene saldamente tra le mani il timone della barca.
Chiese, rioni e Museo Archeologico della Laguna
La mappa di Maran di Angelo degli Oddi, del 1584, mostra chiaramente le diverse antiche chiese del borgo. La chiesa parrocchiale di San Martino, in via Sinodo, sorge sui resti di un edificio dell'XI secolo, e da una visita pastorale del 1702 risulta che la prima chiesa di San Martino fosse chiesa parrocchiale. Fu riedificata nel Settecento in forme neoclassiche, con una facciata a schema palladiano, per opera del pievano Ambrogio Zaccaria e di suo nipote, il cappellano Antonio Zaccaria, che concluse l'opera iniziata dallo zio. L'interno custodisce un organo settecentesco del costruttore veneziano Francesco Dacci e cinque pale d'altare: quella dell'altare maggiore, dedicata alla Madonna della Carità, risale agli inizi del Seicento ed è stata erroneamente attribuita a Palma il Giovane; probabilmente proviene dall'antica chiesa di Santa Maria della Carità, consacrata il 3 aprile 1477 e scomparsa. Nel 1762 don Ambrogio Zaccaria commissionò ad Antonio Marinetti detto il Chioggiotto la Madonna del Rosario e il San Giovanni Battista. In chiesa c'erano anche reliquiari con quelli che si dicevano resti di San Vito, patrono del paese, ma durante la Grande Guerra furono rubati. San Martino, titolare della chiesa, si festeggia l'11 novembre.
La festa di San Vito, con San Modesto e Santa Crescenzia, è antichissima e risale a prima del 1540: a giugno una processione di barche addobbate percorre un tratto della laguna in onore del patrono. La chiesetta di San Rocco stava all'inizio del paese, e la processione in suo onore risaliva al 1631, anno in cui la peste cessò lasciando in paese solo 17 abitanti; divenne poi chiesa della Madonna dell'Albero, e custodiva la statua della Vergine in trono, ritenuta miracolosa. Nel 1898 si decise di costruire per la statua una chiesa nuova, la chiesa della Madonna della Salute, poco distante dal centro, inaugurata nel 1905 come santuario: la statua sta sul suo unico altare maggiore. Ogni tre anni, in agosto, la statua viene portata in processione al molo e posta su una barca che si dirige alla chiesetta del cimitero, e a tarda sera l'immagine fa ritorno alla parrocchiale.
Il centro conserva la memoria di quattro rioni storici: Mure, che richiama le antiche mura; Saline, su terreni un tempo palustri trasformati dalle bonifiche del Novecento; Genio, fra le prime zone di espansione oltre le mura; e Maranutto, che designa anche una zona del vicino comune di Carlino. Lungo via Sinodo i portici sono scomparsi, inglobati nelle case, e durante i restauri tornano alla luce archi e colonne. In paese si parla il maranese, un dialetto veneto di tipo arcaico affine al graisàn, con somiglianze col gradese e con il veneziano; un antico detto recita «Se Venessia no la fosse, Maran sarìa Venessia».
Il Museo Archeologico della Laguna racconta la storia plurimillenaria di un territorio che per la sua posizione sospesa tra mare e terra fu per secoli area di passaggio di merci e punto di incontro di culture tra Adriatico ed Europa continentale. Espone reperti dalla preistoria, con manufatti in selce, all'età romana, al medioevo e al rinascimento, molti dei quali provenienti da Asia e Africa e rinvenuti con gli scavi o nelle profondità sabbiose della laguna; fra i siti indagati c'è l'isola dei Bioni.
Casoni, Valle Canal Novo e Foci dello Stella
I bacini della laguna di Marano sono tre: Lignano, di 51,06 km², Sant'Andrea, di 22,21 km², e Buso, di circa 20 km², che per metà appartiene alla laguna di Grado. L'acqua dolce le arriva soprattutto da tre fiumi: lo Stella, il Corno e l'Ausa. Le distese di fango a pelo d'acqua si chiamano velme, le terre che restano asciutte barene, e con l'alta marea l'acqua può salire anche di un metro. È il primo grande specchio d'acqua salata che incontrano gli uccelli migratori scesi dal centro e dal nord Europa, e per questa ricchezza nel 1979 la laguna è diventata zona protetta di valore internazionale. Verso il mare aperto la proteggono isole come quelle di Martignano e di Sant'Andrea, nota anche come l'Isola delle conchiglie. La marineria maranese ha un forte indotto basato sulla pesca dell'orata locale e sull'allevamento di bivalvi.
Il casone maranese è una capanna a pianta rettangolare con angoli smussati sia nel perimetro sia nel tetto, rivestita di cannuccia palustre, con una struttura portante in legni di olmo e acacia. Si costruisce su un rialzo di fango artificiale chiamato mota, preso con la vanga dal vicino canale e coperto sul perimetro di massi o pali, alto il più possibile per resistere alle maree eccezionali. All'interno c'erano un pavimento in terra battuta, un focolare al centro, «el fugher», dei giacigli e un'unica apertura, la porta. Era il rifugio di cacciatori e pescatori per tutto l'anno, tranne i mesi più rigidi dell'inverno; alla fine degli anni '60 è stato riscoperto come «buon ritiro maranese» nei fine settimana. Rispetto al casone gradese ha mantenuto forma e materiali più tradizionali, senza muri in mattone o in pietra, e lo strato esterno di canna si sostituisce circa ogni 4-5 anni. I casoni si tramandano di generazione in generazione, nello spirito dell'uso civico che regola la vita in laguna.
Le due riserve naturali della laguna le ha istituite la Regione con la legge regionale 42/96, e la gestione di entrambe le riserve è stata affidata al Comune di Marano Lagunare. La Riserva della Valle Canal Novo, a ridosso del centro e accessibile dalle banchine del porto, conta 121 ettari e comprende una valle di pesca di circa trentacinque ettari con alcuni terreni circostanti: il nome valle deriva dal latino vallum, argine, e la valle era utilizzata per l'allevamento ittico. Gli argini tutt'intorno tengono fuori le maree, e due chiuse mettono in comunicazione la valle con la laguna per regolarne l'acqua. L'acqua dolce le arriva solo dalla pioggia e da tre pozzi artesiani. Le specie più facilmente osservabili sono il cigno reale, il cigno selvatico, l'oca grigia, la volpoca, l'alzavola, il germano reale, il codone, la marzaiola, il mestolone, il moriglione e la moretta; il centro visite riprende l'architettura dei casoni.
La Riserva naturale regionale Foci dello Stella comprende l'intero delta del fiume, che si può risalire fino a Precenicco e Palazzolo, e non è raggiungibile via terra: ci si arriva con la motonave. Nei canneti si incontrano falchi di palude, cigni reali e aironi rossi, cenerini e bianchi. Nell'estrema foce c'è un villaggio di casoni fatti di canna e legno, che guardano tutti a ovest, il versante più riparato dai venti di bora e tramontana: la metà dei casoni maranesi sta dentro la riserva, che i cacciatori stessi hanno promosso.
Domande frequenti
Perché la torre di Marano Lagunare si chiama Millenaria?
La Torre Millenaria di Marano Lagunare, alta 32 metri, è citata per la prima volta nel 1066; la gente del posto la chiama così più per sottolinearne l'importanza che per attribuirle un'età precisa.
Quando Marano Lagunare passò sotto Venezia?
Marano Lagunare si alleò a Venezia con la dedizione del 1420; dopo la presa imperiale del 1513, tornò definitivamente alla Serenissima il 29 novembre 1543, per 35.000 ducati, e vi rimase fino al 1797.
Dove si vedono i casoni di Marano Lagunare?
I casoni di Marano Lagunare stanno nella laguna: la metà si trova nella Riserva naturale regionale Foci dello Stella, raggiungibile solo via acqua, dove guardano tutti a ovest.
Che cos'è la Piera dei anzuliti?
La Piera dei anzuliti, la «pietra degli angioletti», è una colonna di pietra bianca della porta del mare: alla vecchia pescheria vi si posava la bara dei bambini per l'ultima benedizione, fino agli anni Settanta.