Maniago, in provincia di Pordenone, sta dove sboccano le valli del Cellina e del Colvera ed è detta la Città del coltello: la roggia dei suoi battiferri è del 1453. In Piazza Italia stanno il duomo di San Mauro e Palazzo d'Attimis, sopra il paese le rovine del castello.
I battiferri e le botteghe dei fabbri
Nel 1453 Nicolò di Maniago ebbe dal Magistrato delle Acque di Venezia il permesso di portare in una roggia l'acqua del torrente Colvera. Dove il canale faceva un salto sufficiente nacquero mulini, segherie e i primi battiferri: l'acqua spingeva le pale di una grande ruota, e la ruota alzava e lasciava cadere il maglio a testa d'asino, con cui il favri da gros, il fabbro «da grosso», batteva il ferro rovente fino a dargli forma. Uscivano attrezzi per contadini e boscaioli, coltellacci, spade e armi in asta per i soldati della Serenissima, e nei lunghi secoli veneziani Maniago diventò l'armeria della Repubblica. Il Battiferro Beltrame, con la sua ruota e la roggia accanto, si vede ancora dalla strada fra Maniago e Spilimbergo.
Verso il Settecento, per fare oggetti taglienti più piccoli e pratici, arrivò il favri da fin, il fabbro «da fino», a cui bastavano una fucina, una mola e un banco. Non avendo bisogno dell'acqua, le sue botteghe si aprirono in tutto il paese, e si passò a forbici, temperini, coltelli da tavola e attrezzi per i mestieri. All'inizio dell'Ottocento si contavano circa 130 lavoranti in 21 botteghe; cent'anni dopo erano più di 500, in una quarantina di officine.
Nel 1907 il tedesco Albert Marx, che aveva altre fabbriche a Solingen e a Caslino, aprì il primo stabilimento, il Co.Ri.Ca.Ma., le Coltellerie Riunite Caslino Maniago, dove macchine elettriche producevano coltelli in serie. La crisi mondiale del 1929 mise in ginocchio le coltellerie, e molti rimasti senza lavoro emigrarono; il 15 agosto 1929 alcuni piccoli industriali provarono a unirsi in consorzio, ma durò poco. Nel 1960 nacque il nuovo Consorzio Coltellinai Maniago, soprattutto per far conoscere i coltelli di Maniago in Italia e all'estero. Maniago è il centro del Distretto delle coltellerie, che riunisce 9 comuni ed è il secondo polo industriale della provincia di Pordenone; dal 2003 il marchio di qualità del distretto è QM. Qui sono state forgiate le spade di film come Indiana Jones e l'ultima crociata, Braveheart e Robin Hood.
Il museo nell'ex fabbrica Co.Ri.Ca.Ma.
Il Museo dell'Arte Fabbrile e delle Coltellerie sta nel grande edificio del Co.Ri.Ca.Ma. In un paese dove ogni casa e ogni cortile avevano la loro piccola officina di famiglia, la fabbrica diede lavoro a centinaia di operaie e operai fino al 1972, quando chiuse. Il Comune l'ha comprata e salvata dall'abbandono, e dal 2009 ci sono le sale del museo; il museo era nato nel 1997 nei locali della vecchia filanda ed è stato spostato qui nel 2007.
All'ingresso si incontrano volti, gesti, luoghi e immagini di chi ha fatto la storia dei fabbri di Maniago. La sezione La fucina del Mago racconta, dai primi battiferri sulla roggia del 1453 fino all'industria, gli ambienti, gli attrezzi e il sapere dei fávris. Dall'ossidiana all'ossido metallico confronta materiali, forme, misure e impugnature degli oggetti che tagliano; Dalla funzione alla forma passa dagli attrezzi agricoli agli strumenti dove conta il design; Il coltello come simbolo lo mostra come utensile e come arma, con esempi presi dal mito, dall'arte e dalle tradizioni popolari. La Sala Armando Pizzinato ospita le mostre temporanee.
In paese ci sono altre due raccolte: il Museo della Vita Contadina Diogene Penzi, aperto nel 1995 come sezione del museo provinciale di San Vito al Tagliamento, dedicato al lavoro del legno e del ferro, del fabbro e del falegname; e la Collezione Abarth Dorigo, nata nel 2014, con auto, moto, motori e cambi della Abarth.
A luglio, per tre giorni, Coltello in Festa porta la mostra mercato del coltello fatto a mano insieme alla Fiera di San Giacomo, con laboratori, esposizioni e visite nelle officine per vedere i coltellinai al lavoro. Il Carnevale dei Ragazzi riempie il centro di maschere, costumi, carri e musica, ogni anno su un tema diverso.
Piazza Italia, il duomo di San Mauro e la Loggia
Piazza Italia, un tempo Piazza Maggiore, è fra le più grandi del Friuli, e attorno ci sono il municipio, il duomo, la Loggia, Palazzo d'Attimis e la chiesa dell'Immacolata. In mezzo sta la fontana di pietra d'Aviano del 1846-1847, ottagonale, con quattro vasche a mezzaluna e quattro scalinate rivolte ai punti cardinali. La chiesa dell'Immacolata Concezione, detta della Madonna, è all'imbocco della piazza: è neoclassica, progettata dall'architetto Antonio Aprilis nel 1778, e della chiesa che c'era prima restano un documento del 1411 e una lapide tombale del 1628 all'interno.
Il duomo di San Mauro, dedicato al martire Mauro, vescovo di Parenzo, fu costruito nel 1488 in gotico tardo sopra una chiesa più antica, dell'epoca longobarda. Sulla facciata sono murati pezzi di scultura dell'VIII secolo circa: uno con un pavone e cinque altri uccelli, uno con un cervo e uno con un intreccio, quasi certamente da una vecchia lastra di recinzione. Nel sagrato si entra da due portali del Settecento di Giacomo Conte; la facciata a capanna ha un rosone di 18 archetti trilobati con un sole al centro, e lo stesso motivo torna nel portale a sesto acuto, fra due colonnine tortili con sopra il padre benedicente. Dentro c'è una sola navata con il tetto di travi a vista, tre cappelle in fondo e quattro ai lati. Nella cappella di destra, dedicata a San Giovanni Battista, c'è la pala di Pomponio Amalteo del 1558, il Cristo in gloria con i santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Giuseppe, Pietro e Giacomo, con sullo sfondo il castello in cima al monte e il duomo stesso. Gli affreschi dell'Amalteo nell'abside, del 1572 circa, sono molto rovinati e si leggono a fatica. Ci sono poi la Trinità di Isaac Fischer del 1688, la Madonna del Rosario di Tommaso Vecellio del 1625, il San Pietro d'Alcantara di Girolamo Brusaferro del 1720, la pala di San Vincenzo di Giuseppe de Gobbis del 1765 circa, l'altare maggiore di marmi colorati dei fratelli Bettanelli del 1693 e il fonte battesimale del 1549, di scuola medunese. Il primo orologio del campanile lo montarono nel 1745 Giacomo e Osvaldo Antonio Cappellari di Pesariis; dopo il terremoto del 1976 si restaurarono l'ottagono, il cornicione e la cella delle campane, nel 1982 si cambiarono le 3 campane, e nell'ottagono sopra la cella c'è un campanello fuso nel 2011 dalla fonderia Grassmayr di Innsbruck.
La Loggia fu costruita nel 1661 al posto di un edificio che stava in mezzo alla piazza, dove si riunivano i capifamiglia; poi ospitò il tribunale e il mercato, ed è il monumento ai caduti di tutte le guerre.
Palazzo d'Attimis fu per secoli la casa dei signori di Maniago. Sulla facciata verso la piazza un affresco di Pomponio Amalteo mostra un leone che tiene sotto la zampa lo stemma dei conti Attimis Maniago; accanto ci sono la loggetta del XVI secolo e i balconi del Cinquecento. Il corpo principale ha una facciata larghissima con quindici file di finestre su tre piani e, al centro, un grosso portale ad arco in pietra bugnata sotto una trifora che dà su un balconcino di pietra. A ovest c'è la cappella di famiglia, unita al palazzo, con dietro le vecchie scuderie, e più in là due edifici rustici che servivano da cedraia e da allevamento dei bachi. Oltre il cortile d'onore si stende un parco di 7 ettari, con un giardino all'italiana e uno all'inglese, disegnati così già nel Catasto napoleonico del 1808; il giardino geometrico finisce con una siepe e un'esedra con statue mitologiche, e il parco arriva fino ai piedi del colle con le rovine del castello.

Il castello e le origini del paese
Le tracce più antiche sono del Neolitico, nella grotta del Bus da li Anguani, sulle pendici del monte San Lorenzo. Il nome Maniago è latino con il suffisso celtico -aco, forse la terra di un Manilius, e i Longobardi si fermarono probabilmente sotto il monte Fara, parola che in longobardo vuol dire famiglia. Il primo documento con il nome di Maniago è il diploma del 12 gennaio 981, in cui l'imperatore Ottone II confermava a Rodoaldo, patriarca di Aquileia, alcune terre fra cui la cortem que vocatur Maniacus, cioè «la corte chiamata Maniago».
Il castello lo fece costruire il patriarca di Aquileia, forse nell'XI secolo, su un'altura ai piedi del monte Jôuf. Il feudo di abitanza era diviso fra più famiglie: la parte maggiore era dei Flagogna, e poi c'erano i Pinzano, i Polcenigo e i Varmo, che avevano terre e diritti in cambio della difesa del feudo. I signori di Maniago compaiono dal 1195, quando il patriarca li investì del feudo. Il primo assedio, nel 1216, da parte di Ezzelino da Romano e Vecellone da Camino, fu respinto. Il 15 dicembre 1277 Olvrando di Maniago comprò dai Flagogna la loro parte di castello. Nel 1309 una lite con Fanna per confini e pascoli portò a un nuovo assedio: il conte di Montepace difese il castello, mise in fuga Walterpertoldo di Spilimbergo e prese prigioniero Enrico di Prampero. Nel 1318 ci fu un altro assedio per cacciare i Pinzano.
Nel 1319 Galvano, figlio di Olvrando, prese il posto del padre e con il fratello Volveno comprò nel 1325 e nel 1326 le ultime proprietà dei Pinzano e nel 1329 quelle dei Varmo; nel 1333 il patriarca Bertrando gli diede in feudo di abitanza la casa, e nel 1337 investì i Maniago del castello, delle fortificazioni e del borgo. Nel 1338 i due fratelli comprarono anche i diritti di avvocazia su Maniago Libero, e nel 1377 Nichilo, figlio di Galvano, ricevette castello, borgo, fortificazioni e palazzo patriarcale. Nel 1385 i Maniago entrarono nella Lega friulana e nel 1386 persero tutto per i disordini contro il patriarca Philippe d'Alençon; fedeli alla Lega, nel 1387 furono assaliti dalle truppe di Francesco da Carrara, ma il castello resse anche ai tiri d'artiglieria. Nel 1393 il nuovo patriarca Giovanni V di Moravia restituì loro il feudo.
Nel 1420 Venezia costrinse Maniago ad arrendersi, e la resa fu firmata il 5 giugno dal nobile Bartolomeo di Maniago. Dopo l'incursione turca del 1467 le mura furono rafforzate. I terremoti del 1511 e del 1575 segnarono l'inizio della fine: i signori si trasferirono nei palazzi del centro, e nel 1630, quando morì un'anziana signora che non aveva voluto andarsene, il castello rimase vuoto per sempre. Dopo la caduta di Venezia nel 1797 e la breve parentesi napoleonica, Maniago passò al Regno Lombardo-Veneto; nel 1866 entrò nel Regno d'Italia con un plebiscito, e restò in provincia di Udine fino al 30 settembre 1968.
Al tempo del suo massimo splendore il castello era un anello di torri e di edifici uno accanto all'altro, il primo zirone; il secondo zirone, più esterno, difendeva il borgo. Per costruirlo si usarono sassi di fiume e di torrente, tenendo la pietra lavorata per le decorazioni e i rinforzi. Si entra nel primo cerchio di mura dalla porta zironis, un arco rinascimentale a tutto sesto che conserva i cardini di pietra del portone, e dentro restano le tracce della domus magna, della turris maior, della turris alba e della turris fracta. Il restauro fatto dopo il terremoto del 1976 lascia capire come erano disposte le stanze e le quattro torri interne. Davanti all'ingresso c'è la chiesetta di San Giacomo, del 1291, l'unico edificio rimasto intatto, con un dipinto di Sebastiano Mazzoni e le tombe dei feudatari del posto.
Salire al castello è una bella passeggiata dal centro fino al colle di San Giacomo, con cartelli che spiegano la storia anche in friulano. Da piazza Italia si prende via Castello, dove c'è la Casa della Contadinanza, l'unica casa a loggia del Seicento rimasta in centro: era la sede della Contadinanza, un'istituzione che permetteva ai contadini di controllare le tasse chieste dai nobili. Poi si costeggia la Centa dei Conti, chiusa da mura merlate, e si arriva alla Voltapicàra, dove, secondo la tradizione, fin dal Medioevo si impiccavano i condannati. Da lì la Strada Valpiccola, tutta asfaltata, sale nel bosco: al primo tornante c'era la porta castri, l'ingresso principale nella cinta più esterna, e dal secondo si vedono gli edifici più importanti del paese e tutta la pianura. Ai piedi del castello c'è anche la chiesa di San Carlo, del 1637, con un altare di legno del Seicento, forse di scuola bellunese, e una pala di autore sconosciuto con San Carlo Borromeo. Fuori dal centro, a Maniagolibero, la chiesetta di San Vigilio è dell'XI-XII secolo e la chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia del 1781; quella di Sant'Antonio Abate a Fratta è del 1785.
Il Teatro Verdi e l'ex filanda
Il Teatro Giuseppe Verdi nacque come Setificio a vapore di Giuseppe Zecchin fu Lorenzo, scritta che si legge ancora sulla facciata: era il 1855, e il setificio era una delle 44 grandi filande del Friuli, con cento bacinelle per la seta grezza. Nel 1905 un documento parla per la prima volta del Teatro Zecchin, un grande stanzone accanto alla filanda diventato Circolo del Dopolavoro, con i primi film e le feste da ballo, come il Veglione del Temperino a Carnevale e la Veglia delle Rose a maggio. Dopo la prima guerra mondiale, nel 1922, il salone dove lavoravano le filandiere fu trasformato in teatro, con lavori finiti due anni dopo, e del 1922 sono anche gli affreschi liberty dell'interno.
Nel 1943 l'Almanacco del Cinema Italiano registrava a Maniago due cinema, il Manzoni, con trecento posti, e il Teatro Verdi, con 450; negli anni Quaranta i maniaghesi seguivano con orgoglio l'attore Antonio Centa, loro compaesano, a cui è intitolata la sala del Ridotto. Nel 1944 la Banca di Maniago fallì e l'edificio, messo all'asta, fu comprato da Armando Boato di Venezia e Pietro Umberto Nardini di Noventa di Piave; il nome Cinema Teatro Verdi compare per la prima volta nella convenzione del 24 agosto 1945, e nel 1948 lo comprò l'udinese Riccardo Morandini, che vi portò prosa, concerti, opera e operetta. Il 17 giugno 1960 il Cine Club di Luciano Tavella esordì con Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Il terremoto del 1976 rese il teatro inagibile; riaprì nel giugno 1977, e nel novembre 1980 lo comprò Franco Miotto di Spilimbergo.
Nel giugno 1983 dovette chiudere per le nuove regole di sicurezza venute dopo l'incendio del cinema Statuto di Torino. Il Comune lo acquistò nel 1989; il progetto del restauro è del 1992, i lavori partirono nell'aprile 1995, e il 7 luglio 2000 il teatro riaprì con l'operetta di Kálmán La Contessa Maritza. Il restauro ha salvato lo scalone d'ingresso, i due lampadari originali e gli affreschi, e sulla volta si legge il motto laetare discere, allietare e imparare.
L'ex filanda di via Battiferri, della seconda metà dell'Ottocento, sta all'uscita della Val Colvera, lungo il torrente, ed è uno dei migliori esempi di archeologia industriale della provincia. Restaurata negli anni Novanta, ospita la biblioteca civica e mostre.
La forra del Colvera, la Forra del Cellina e i Magredi
La forra del Colvera, vicino a Maniago, si percorre facilmente su una strada asfaltata chiusa al traffico, lungo il torrente, adatta a tutti. In migliaia di anni il Colvera ha lisciato il calcare e l'erosione ha scavato il largo canyon del buso del Colvera, con allargamenti, marmitte e gradini di roccia; in certi punti la gola si stringe, in altri si cammina sotto un tetto di roccia. La pozza più grande ha le pareti levigate dall'acqua e un occhio verde smeraldo in mezzo: è una marmitta dei giganti. Le pareti alte e verticali sono palestre di arrampicata, e dalla strada si vedono gli scalatori. Dalla strada parte anche il Sentiero dei Landris, che porta ai Landri scur, grotte buie scavate dal carsismo, e ai Landri viert, arcate nella roccia.
Più a nord, verso la Valcellina, la Riserva Naturale Forra del Cellina protegge il grande solco che il torrente ha scavato nel calcare fra Barcis e Montereale, il canyon più grande della regione. Il ponte tibetano d'acciaio di Ponte Antoi, a Barcis, aperto nel 2016, passa sopra la forra a 55 metri d'altezza.
I Magredi sono una grande V che il Cellina e il Meduna disegnano nell'alta pianura pordenonese: l'acqua dei due torrenti sparisce sottoterra e lascia i letti asciutti, una distesa di sassi bianchi e lisci che sembra una steppa. In primavera ci spunta la brassica glabrescens, un piccolo fiore giallo che cresce solo qui.
Domande frequenti
Perché Maniago è chiamata città del coltello?
Per i suoi fabbri: nel 1453 Nicolò di Maniago portò l'acqua del Colvera nella roggia dei primi battiferri, e Maniago è il centro del Distretto delle coltellerie.
Che cosa vedere a Maniago?
Piazza Italia con il duomo di San Mauro del 1488, la Loggia e Palazzo d'Attimis, le rovine del castello, il Museo dell'Arte Fabbrile e delle Coltellerie e il Teatro Verdi.
Si può salire al castello di Maniago?
Sì, a piedi dal centro: per via Castello e la Strada Valpiccola si arriva al colle di San Giacomo e alla sua chiesetta.
Quali spade dei film sono state fatte a Maniago?
Quelle di Indiana Jones e l'ultima crociata, di Braveheart e di Robin Hood.