Claut è il comune più grande della provincia di Pordenone e sta a 613 metri, dove il Cellina incontra il torrente Settimana. Qui si vedono le impronte di dinosauro di Casera Casavento, la Ciasa da Fum del Museo Casa Clautana e la grotta del Landre Scur.
Clauditu, il luogo chiuso della Val Cellina
Il nome viene dal latino clauditu, luogo chiuso, e nel dialetto del posto il paese si chiama Cjolt. La prima notizia è del 924, quando la contessa longobarda Imeltrude regalò all'abbazia di Sesto al Reghena la «villa quae vocatur Clauto». Il comune misura 166 chilometri quadrati e comprende la val Cellina dalla frazione Contron fino in fondo, sotto il monte Caserine Alte, e sulla destra le valli laterali di Settimana, Cimoliana, Feron e Chialedina, ognuna con un torrente che finisce nel Cellina.
Pochi paesi sono rimasti chiusi in una valle così a lungo. Si viveva di caccia, di pesca, di pecore e mucche, di un po' di campi di montagna e del bosco: al tempo di Venezia i tronchi scendevano lungo il Cellina grazie alle stue, piccole dighe fatte di legno. Fino al 1911-13 per arrivare in pianura c'era un solo sentiero, lungo e pericoloso, che passava per Barcis e Andreis, mentre dall'altra parte si scendeva per Cimolais ed Erto-Casso nella valle del Piave. La strada Montereale-Molassa, aperta ai primi del Novecento per le centrali sul Cellina e allungata nel 1911-13 fino al Piave, ruppe l'isolamento, ma rese anche più facile partire, verso la pianura e verso l'estero. Dopo la crisi, peggiorata dal disastro del Vajont del 1963 e dal terremoto del Friuli, il paese si è ripreso con strade nuove e con il turismo dello sport e del Parco naturale delle Dolomiti Friulane; nel 1993 è stata finita la galleria della Strada Regionale 251.
Il capoluogo è fatto di tre borgate, Basòia, Massurìe e Mariàe, che crescendo si sono unite, e anche Creppi ormai è attaccata a Mariàe; più in su ci sono Matàn e Lesis, più in giù Pinedo, Cellino e Contron. Il clautano è un friulano molto particolare, con tanti punti in comune con il ladino delle Dolomiti, e dal 2001 il comune rientra nell'area di tutela della lingua friulana. Stemma e gonfalone, un drappo diviso in argento e nero, sono del regio decreto del 21 giugno 1942.
Le case di pietra, la Ciasa da Fum e il Museo Casa Clautana
Le case sono tutte di pietra grezza, con portici, logge e loggette di legno sulle facciate. Ognuna ha la sua «porta della neve», un ingresso al piano di sopra da usare quando la neve blocca quello al piano terra.
La Ciasa da Fum è una vecchia casa clautana di più di 400 anni fa, salvata e restaurata dai volontari dell'Associazione Museo Casa Clautana. Si chiama così perché il focolare, senza camino, ha annerito i muri. È su tre piani, con muri di pietra e pavimenti e tetto di legno; nella cucina al piano terra si vedono i segni del fuoco, attorno al quale la famiglia cucinava, i bambini facevano i compiti e d'inverno si lavorava il legno. Il fumo usciva solo dal portico, e l'aria era pesante e densa, ma serviva anche per affumicare carne e formaggio. La sera la guardia comunale passava a ricordare di spegnere i fuochi, per non rischiare incendi; prima di andare a letto la padrona di casa metteva le patate sotto la brace per la colazione del mattino, e per salire alle camere si usava una scala esterna. Chi ci abitava doveva produrre da sé tutto quello che serviva, in casa e fuori, seguendo le stagioni.
Gli oggetti del Museo Casa Clautana «Eugenio Borsatti» li hanno raccolti dall'inizio degli anni Ottanta alcuni volontari guidati da don Luigi Stefanutto, e nel 1980 ne erano già stati schedati più di 60, con il loro nome in dialetto. L'associazione è nata nel 1987, dopo una ricerca sul campo sulla vita del paese, e il museo ha aperto al pubblico nel 1990: sta al primo piano del Centro visite del Parco naturale Dolomiti friulane, che lo gestisce. Il percorso segue la donna di Claut e della Valcellina nel lavoro in casa, nei campi e nella stalla, e in cammino «fora pal mont», per il mondo, a vendere porta a porta gli attrezzi di legno che gli uomini costruivano d'inverno. Queste donne le chiamavano condotiere o portatrici, perché si caricavano sulla schiena fino a 40 chili di merce, e quando scendevano in pianura parlavano un gergo segreto, il dhèrbol, studiato da Ugo Pellis negli anni Trenta. Nel museo ci sono la camera degli sposi, quella dei bambini, la cucina, la dispensa e una malga, e si racconta dei giochi dei bambini, della levatrice, della dote della sposa e di come si conservava il cibo; fra gli oggetti ci sono quelli di legno venduti dalle sedonere e gli scarpèth.

Le orme del dinosauro di Casera Casavento
La mattina del 30 settembre 1994 una scolaresca in gita nel Parco trovò per caso le prime impronte fossili di un dinosauro teropode, stampate su un masso di Dolomia Principale nel torrente Ciol de Ciasavent, vicino a Casera Casavento. Il dinosauro, che camminava su due zampe, passò di lì circa 215 milioni di anni fa, nel Triassico superiore, sul fango di una laguna vicino al mare: la Dolomia Principale si è formata in ambienti simili alle lagune tropicali di adesso, e a volte il suo fango ha conservato le tracce dei dinosauri che attraversavano le piane di marea.
Dopo quella prima scoperta si è cercato ancora nel Parco, e altre prove sono arrivate presto. Attorno a Casera Casavento e alla Forcella Clautana ci sono una decina di massi con impronte di dinosauro, riconoscibili dalle tre dita che quasi sempre si vedono. Quelle di Casera Casavento restano le più visitate, e per arrivarci il sentiero ha cartelli e pannelli. Lì vicino passa la Strada degli Alpini, che segue il sentiero aperto dagli alpini ai primi del Novecento e diventato teatro di combattimenti duri nella prima guerra mondiale.
San Giorgio Martire e la Via Crucis dei batatocs
La parrocchiale di San Giorgio Martire dipendeva dalla pieve di Cimolais, legata all'abbazia di Sesto al Reghena, e per questo restò nel patriarcato di Aquileia fino al 1818, quando passò alla diocesi di Concordia-Pordenone. Diventò autonoma nel 1607, e nel 1955, quando i capifamiglia rinunciarono al diritto di scegliere il parroco, fu fatta arcipretale. L'edificio attuale, con la facciata a capanna e quattro lesene, è una ricostruzione degli anni 1823-28, consacrata nel 1851: dentro ci sono arredi lignei seicenteschi, pale d'altare del Settecento, altari di legno fatti forse da artigiani del paese e le decorazioni dipinte da Tiburzio Donadon ai primi del Novecento.
Dalla chiesa parte, il Venerdì Santo, la Via Crucis Vivente, voluta dal parroco di allora, don Cesare Stecca. Ci partecipano più di 70 persone, grandi e piccoli, in 15 stazioni che raccontano la Passione: per le strade del paese si va dall'orto degli ulivi alla condanna, dalla caduta sotto la croce all'incontro con le pie donne, fino alla crocifissione e alla sepoltura. Case, cortili e finestre si accendono di rosso con lampade e candele, e per le strade ardono torce e bracieri.
Il ritmo lo battono i batatocs, dal nome che imita il loro suono, costruiti dagli artigiani del paese: sono lunghi circa due metri, tutti di legno, pesantissimi e dipinti a mano, una specie di enormi raganelle. Hanno una cassa di legno che fa da risonanza e un rullo che, girando, fa sbattere i dentelli di legno. Nella Settimana Santa, quando le campane tacciono, la processione è accompagnata solo da loro; secondo chi conosce la tradizione quel suono ricorda il rumore delle lance e dei tamburi che accompagnarono Gesù sul Calvario.
Il Landre Scur, la Val Settimana e il palaghiaccio
La grotta del Landre Scur, che in dialetto vuol dire «antro scuro», si apre con un'entrata alta decine di metri; in fondo un piccolo cunicolo, spesso pieno d'acqua, porta alla prima caverna, e il sistema di grotte, pieno di miti e leggende, va avanti per più di quattro chilometri dentro il Monte Resettùm. In paese un torrente, scavando la roccia, ha creato un percorso chiamato Ciafurle, dove si fa canyoning. In Val Settimana, oltre il rifugio Pussa, sgorga una sorgente sulfurea e magnesiaca, e la zona del Pradut ha una rete di sentieri e strade forestali fra malghe, bivacchi e il rifugio che porta lo stesso nome. Dalla vecchia borgata di Massurìe il sentiero natura del Col dei Piais sale senza troppa fatica, e il Truoi de l'Arthith torna in mezzo ai prati.
Il palaghiaccio, dedicato ad Alceo Della Valentina, ha ospitato il curling delle Universiadi del 2003 e i campionati europei di curling del 2006; c'è anche l'Ice Park, una torre di ghiaccio da scalare con piccozze e ramponi. A Claut si scia sia in pista sia di fondo, con l'anello di Despolei, che ha la neve artificiale ed è stato rifatto nel 2009, e nel febbraio 2011 il paese ha ospitato i Campionati mondiali di sci alpinismo. Una pista ciclabile di più di 20 chilometri collega le valli di Claut e Cimolais, passando per le Muntisele, il parco faunistico Pianpinedo e la pineta della vecchia Prada.
Il pestìth, la petuccia e la cucina della Valcellina
In Valcellina si cucina per tenere il cibo tutto l'inverno. Il pestìth si fa con le rape viola, la Brassica rapa rotunda, seminate d'estate e raccolte fra ottobre e novembre: radici e foglie si sbollentano, si tagliano e si mettono a strati con sale grosso, un po' d'aceto e qualche chicco di mais, coperte dall'acqua di cottura, a fermentare. Un tempo si pestavano con un'accetta sulla pestassa, il grande tagliere di legno che ogni famiglia aveva, e cotte con costine e salsicce e servite con la polenta diventavano il piatto della festa. Chiara Santarossa lo produce nella sua azienda agricola di Claut, e dal 2022 il pestìth è presidio Slow Food.
Oltre al frico e alla tocia, Claut ha la petuccia, parente della pitina, il salume affumicato di pecora, capra o selvaggina passato nella farina di mais: è più piccola e ha erbe diverse nell'impasto rispetto alla peta di Andreis e alla pitina della Val Tramontina.
Domande frequenti
Dove si trovano le orme di dinosauro a Claut?
Su un masso di Dolomia Principale nel torrente Ciol de Ciasavent, vicino a Casera Casavento: le trovò una scolaresca il 30 settembre 1994.
Che cos'è la Ciasa da Fum di Claut?
Una vecchia casa clautana di più di 400 anni fa, parte del Museo Casa Clautana: il focolare senza camino ne ha annerito i muri.
Che cosa sono i batatocs?
Grandi raganelle di legno lunghe circa due metri, con una cassa di risonanza e un rullo che fa sbattere i dentelli: a Claut accompagnano la Via Crucis del Venerdì Santo.
Da dove viene il nome Claut?
Dal latino clauditu, luogo chiuso; il paese è citato per la prima volta nel 924, nel dono della contessa Imeltrude all'abbazia di Sesto al Reghena.