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Barcis: il Lago Aprilis, Palazzo Centi, la meteorite della diga e la Forra del Cellina

Barcis, in Valcellina: il Lago Aprilis della diga di Ponte Antoi, Palazzo Centi dei conti Mocenigo, la meteorite del 1953 e la Forra del Cellina.

Barcis, in provincia di Pordenone, sta a 409 metri in mezzo alla Valcellina, sulla riva del lago artificiale che la diga di Ponte Antoi ha creato nel 1954. Il suo territorio rientra nella Riserva Naturale Forra del Cellina, dentro il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane.

Il Lago Aprilis e la diga di Ponte Antoi

Il paese e le sue frazioni sono chiusi da un anello di montagne: il Resettùm (2067 m) a nord, il Crep Nudo (2207 m) e il Messer (2230 m) a ovest, il Cavallo (2251 m) e il Cjastelât (1641 m) a sud, il Raut (2026 m) e il Fara (1342 m) a est. Dal 1954 il fondo della valle è coperto dal lago costruito per produrre elettricità, chiamato anche Lago Aprilis: profondo fino a 45 metri, con il suo verde smeraldo è il segno di riconoscimento di questo piccolo centro turistico.

Dopo la seconda guerra mondiale serviva sempre più corrente, e la SADE, la Società Adriatica di Elettricità, decise di ingrandire gli impianti con un bacino e una centrale nuova. La diga di Ponte Antoi fu costruita fra il 1952 e il 1954 su progetto dell'ingegner Carlo Semenza, lo stesso della diga del Vajont: è a doppia curvatura, alta circa 50 metri, spessa da 2 a 4,5 metri, e trattiene 22 milioni di metri cubi d'acqua. Una galleria in pressione porta l'acqua a una centrale scavata nella montagna, in funzione dal 1954, e il lago serve anche agli acquedotti e ai campi della pianura. Sul coronamento si può ancora camminare: da una parte si vede il lago, dall'altra la Forra del Cellina.

In origine il lago avrebbe dovuto coprire proprio il paese: chi progettò la diga aveva previsto di allagare Barcis e di ricostruirla più in alto. Non se ne fece nulla, perché Barcis era stata bruciata durante la guerra e i suoi abitanti l'avevano rimessa in piedi con grande fatica; non si volle costringerli ad andarsene di nuovo.

Nel 1953, mentre si scavava la strada sulla riva destra, gli operai trovarono tre sassi pesanti e insoliti. Umberto Brancaleone, giovane operaio di Taibon, nel Bellunese, si portò a casa in bicicletta quello da poco più di 3 chili, e fu Giovanni Della Lucia, al primo anno dell'Istituto Minerario di Agordo, a intuire di che cosa si trattava: tagliata a Milano, lucidata e trattata con acido nitrico e alcool, la pietra mostrò le figure di Widmanstätten. La meteorite di Barcis è del raro tipo ferro-pietroso; gli altri due sassi sono andati perduti.

Nel lago si può fare il bagno e praticare tanti sport d'acqua: kayak, canoa, vela, surf, hovercraft, immersioni e motonautica, oltre alla pesca. Il giro del lago comincia a Ponte Antoi, passa sul terrapieno e arriva in paese lungo una pista per bici e pedoni; poi la passerella di località Fontane porta sull'altra sponda, dove si segue un pezzo del Sentiero degli Alpini: da un vecchio ponte di pietra si guarda giù nella Forra del torrente Caltea, e si torna al punto di partenza per la galleria e il coronamento della diga.

Cellis, la pieve di San Giorgio e le origini del paese

Il nome, con ogni probabilità, viene da barc, una parola della vicina area alto-veneta che vuol dire capanna o tettoia: Barcis ne sarebbe il plurale. Il poeta Giuseppe Malattia della Vallata (1875-1948) pensava invece al friulano barce, barca, cioè conca, avvallamento; nel dialetto locale il paese si chiama Barce.

È un luogo abitato da moltissimo tempo, con documenti già dell'VIII secolo. Qui c'era un ospizio per pellegrini, dell'età longobarda o di poco successiva, che apparteneva all'abbazia benedettina di Santa Maria in Sylvis di Sesto al Reghena. Barcis è nominata in una bolla del 13 dicembre 1182 con cui papa Lucio III prendeva sotto la sua protezione l'abbazia di Sesto al Reghena, e dal 1184 si parla di una «plebe de Barcis». Allora quel nome indicava tutta la bassa Val Cellina, dalla stretta di Mezzocanale fino alla forcella di Pala Barzana, e la gente faceva capo alla pieve di San Giorgio in Cellis, nella località di Roppe, madre delle altre chiese della zona, come ricorda un documento del 1319.

Una bolla di Urbano III del 1189 assegna al vescovo di Concordia «circa XXX mansos», soprattutto dove poi sarebbe nata Barcis; quella di Gregorio IX del 1236 parla invece solo di due mansi dell'abate, sulle pendici del monte Lupo. Nel 1257 l'abate di Sesto, Alberto, diede in feudo «di abitanza» a Varnero di Montereale, in cambio di un'offerta ogni anno. Fra Due e Trecento le famiglie da Spilimbergo e da Polcenigo litigarono sulle investiture ricevute dai vescovi a Barcis, e la questione finì solo con la morte di Valterpertoldo da Spilimbergo.

Nel 1327 il vescovo Artico di Castello legò la chiesa di Barcis e il monacato di San Daniele del Monte alla sacrestia della cattedrale di Concordia, con l'obbligo di mandare un prete a Barcis. Quell'anno, racconta Francesco di Pinzano in uno scritto del 1339, il vescovo salì in processione alla cappella di San Daniele con una trentina di notabili, poi scese in villam de Barzis e vi fondò un mercato libero per il giorno della festa del santo: è la prima volta che Barcis indica un villaggio preciso e non una zona. Verso il 1336 il vescovo Guido de Guisis ricevette in feudo dal patriarca Bertrando alcuni beni di Barcis tolti a Giovanni di Montereale, e il 26 dicembre 1357 Humano di Porcia versava al vescovo di Concordia «6 lire di piccoli e due spalle porcine».

Nel corso del Trecento una frana distrusse la pieve di San Giorgio de Cellis; solo più tardi il paese si raccolse dove si trova adesso, e anche la chiesa fu rifatta lì, ma dedicata a San Giovanni Battista. Nel 1611 un incendio devastò il paese, che però rinacque poco a poco: nel 1695 la parrocchia contava 609 abitanti.

Palazzo Centi e le chiese di Barcis

Palazzo Mocenigo Centi, in centro, risale probabilmente al XVII secolo, anche se mancano documenti sicuri. Ci abitavano i conti Mocenigo, un tempo signori della Val Cellina; poi passò alla famiglia Centi, che ne fece anche albergo, ristorante e bar, e appartiene al Comune. Il palazzo mescola lo stile rustico della valle con l'architettura veneziana: in facciata ha due logge sovrapposte, ad arco ribassato sotto e a tutto sesto sopra, di pietra a vista a volte posata in modo rustico, con mascheroni scolpiti. Si pensa che sia stato il modello delle case a loggia che si vedono nell'alta valle. L'incendio della seconda guerra mondiale ne distrusse una parte, come di tante altre case, poi ricostruita, e negli anni '70 la terrazza fu coperta con una struttura di legno.

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La parrocchiale di San Giovanni Battista fu ricostruita nel Cinquecento, ma l'edificio attuale è del Settecento, ingrandito nell'Ottocento; sul campanile una scritta porta le iniziali dei committenti e l'anno 1780. Nell'unica navata ci sono l'altare maggiore barocco di marmo con le statue dei Santi Pietro e Paolo, il paliotto con gli angeli a rilievo, il fonte battesimale del XVI secolo e, nel presbiterio, affreschi del Novecento con il Banchetto di Salomè e la Decollazione del Battista.

In località Ribe c'è la chiesetta di San Francesco, l'unica della valle dedicata al santo di Assisi: nacque dalla paura che la gente aveva degli animali selvatici, soprattutto dei lupi. Fu costruita verso la prima metà del XVIII secolo sopra un edificio più vecchio, e sull'altare maggiore una statua di pietra mostra San Francesco con il lupo addomesticato. Si racconta che vicino alla chiesetta ci fosse un cambio dei cavalli per chi viaggiava fra l'alta valle e la pianura. Nel 1820 il Visitatore Apostolico ordinò di dirvi messa almeno due volte l'anno, e si tramanda che abbia fatto da parrocchiale mentre si ingrandiva San Giovanni Battista.

Salendo verso Roppe si incontra la chiesa di San Giorgio, restaurata dagli Alpini nel 1969: è la ricostruzione settecentesca, in un altro posto, della pieve di Cellis. Più su, a quota 1085, c'era la cappella di San Daniele del Monte, costruita verso il 1240 perché il santo proteggesse la gente dalle bestie selvatiche; ancora nel Seicento gli si offrivano solo prodotti della pastorizia. Un fulmine la abbatté nel 1806: ne restano poche tracce e una targa del 1971 poco sotto la cima.

In località Cuol c'è la chiesetta degli Alpini. In centro, sulla facciata della vecchia osteria «Aquila nera», una meridiana dipinta da Pierino Sam mostra le ore, i segni dei solstizi e degli equinozi e un'aquila.

La Grande Guerra e l'incendio del 1944

Il 7 novembre 1917 attorno a Barcis si combatté duramente. Alpini e bersaglieri, con quel che restava del battaglione Val Arroscia, schierati alla Molassa, al Dint, a Roppe, sul monte Lupo e sul monte Plai, tennero testa alla XCVIII brigata Schützen del colonnello brigadiere Adolf Sloninka von Holodrow; nel pomeriggio, presi di fronte e di fianco, dovettero lasciare le posizioni e ritirarsi. Il tenente generale Konrad Krafft von Dellemessingen annotò nel diario che a Barcis e sul monte Lupo, 1053 metri, i Kaiserschützen avevano trovato due battaglioni alpini e li avevano travolti dopo un attacco violento. La mattina dell'8 la colonna salì la Val Caltea fino al Pian del Cavallo e a Forcella Palantina.

Nel periodo 1943-45 la Val Cellina fu terra di Resistenza, con scontri, rappresaglie, morti, deportazioni e distruzioni. Nell'agosto 1944 i tedeschi bruciarono alcune case, e l'11 settembre 1944 diedero fuoco all'intero paese di Barcis: insieme alle case si persero anche i documenti storici e i reperti.

Le foto del dopoguerra mostrano gli edifici in rovina, ma muri e fondamenta erano rimasti, e la gente ricostruì il paese. A Barcis si vedono due tipi di casa: quelle a ballatoio, del Settecento e dell'Ottocento, simili a quelle di Andreis, e quelle chiuse, dell'Ottocento e del primo Novecento, con la facciata senza aperture e la scala all'interno, come a Cimolais e a Claut. Le case a ballatoio rimaste fedeli al modello originale sono poco più di venti, quasi tutte in borgate lontane dal centro.

La Forra del Cellina e la Vecchia Strada della Valcellina

Dalle pareti di roccia su cui poggia la diga comincia il canyon della Riserva naturale Forra del Cellina: in secoli di lavoro, fra Barcis e Montereale, il Cellina ha scavato nel calcare la gola più grande del Friuli Venezia Giulia. A Ponte Antoi ci sono il punto informativo e il centro visite della riserva, con una mostra sulla natura, la geologia, le acque e gli animali della forra.

Per secoli la Valcellina è rimasta isolata dalla pianura, raggiungibile solo per mulattiere: fino al 1906 l'unica via era il sentiero di Sant'Antonio, che arrivava ad Andreis passando per forcella La Croce, fra il Fara e il Jouf. Tutto cambiò con i primi impianti idroelettrici sul Cellina, la «vecchia diga», il canale e la centrale di Malnisio: ci lavorarono più di duemila persone, fra scalpellini, muratori, carpentieri, scarriolanti e donne portatrici, e per arrivare ai cantieri nella forra bisognava fare una strada.

Il 27 settembre 1901 Barcis, Montereale Valcellina, Pordenone e Aviano si consorziarono per costruirla; l'ingegner Zenari ne firmò il progetto nel 1903, nel 1905 cominciò a funzionare la centrale di Malnisio, e nel novembre 1906 lo stesso Zenari inaugurò la strada. Corre per un lungo tratto sopra il canale, è sospesa sulla forra, a volte è scavata nella roccia o in galleria, e poco prima di Barcis scavalca il torrente Molassa, che lì vicino forma un orrido profondo. Da Malnisio l'acqua proseguiva verso la centrale di Giais (1908) e poi quella del Partidor (1919). Fra il 1920 e il 1922 fu aperto lungo la forra un percorso alternativo alla strada del Dint; nel 1921 una variante in galleria vicino a Montereale fece risparmiare circa 2 chilometri, e nel 1930 si arrivò al ponte di Ravedis, verso Maniago. Nel 1950, con la diga di Barcis, il tracciato del 1920-22 fu rifatto più in alto. Gli impianti di inizio secolo funzionarono fino al 1988; la Vecchia Strada, chiusa al traffico nel 1992, è riservata a chi va a piedi o in bici, e lungo il percorso c'è un ponte tibetano di 55 metri sopra la forra.

La vecchia strada, lunga una decina di chilometri scarsi, passa accanto ai Bus della Volpe, grotte frequentate dagli speleologi; la Grotta della Vecchia Diga è il sistema carsico più importante della riserva. Il sentiero del Dint è un anello di 3,6 chilometri che parte dal centro visite, fra faggi, abeti e tassi, con tre punti panoramici: lo Skywalk del Dint, una passerella a sbalzo che negli ultimi metri ha il pavimento di vetro, un belvedere su tutta la forra e una scala a chiocciola da cui si vedono anche il Monte Fara e Andreis.

La Foresta del Prescudin, la peta e i sentieri

Sulla sponda sud del lago si apre la Foresta regionale del Prescudin, un'area protetta chiusa alle auto, fra pareti ripide e boschi di faggio e pino nero; il sentiero porta fino alla località Prescudin, dove si trova la casa per l'estate della figlia dei conti Cattaneo, una villa che si chiama come lei, Emma.

A Barcis, come nella vicina Andreis, le famiglie preparavano la peta, un salume più grande della pitina di Tramonti e della petuccia di Claut. Si fa con carne di selvaggina, di pecora o di caprone tritata fine con erbe aromatiche, formata a polpette schiacciate, passata nella farina di mais, affumicata e fatta seccare al fumo di faggio.

I sentieri di Barcis sono tanti: il Sentiero degli Alpini, quello del Dint, di Armasio, delle Grotte vecchia diga, delle Carbonaie, il Barcis-Andreis, quello di Casera Molassa e quello del monte Lupo. Un itinerario sale dal paese alla Casera Montelonga e alla Pala d'Altei, un altro unisce San Daniele del Monte, San Giorgio e San Francesco.

Domande frequenti

Dove si trova Barcis?

In provincia di Pordenone, a 409 metri, al centro della Valcellina, sulle rive del lago che porta il suo nome.

Il lago di Barcis è naturale?

No, è artificiale: lo ha creato la diga di Ponte Antoi, costruita sul Cellina fra il 1952 e il 1954, e contiene 22 milioni di metri cubi d'acqua.

Che cosa vedere a Barcis?

Palazzo Centi, la casa dei conti Mocenigo, la parrocchiale di San Giovanni Battista, le chiesette di San Francesco e di San Giorgio, la Forra del Cellina con la Vecchia Strada e il sentiero del Dint.

Nel lago di Barcis si può fare il bagno?

Sì, è balneabile, e ci si fanno kayak, canoa, vela, surf e immersioni.