Arta Terme, Darte in friulano, sta a 442 metri nella Val Bût, in Carnia, provincia di Udine. Da secoli la gente sale qui per curarsi con l'acqua sulfurea della Fonte Pudia, e nelle frazioni si trovano chiese medievali, una raccolta di fossili e il villaggio abbandonato di Cjarsovàlas.
L'Acqua Pudia, dai Romani allo stabilimento di Gino Valle
La Fonte Pudia prende il nome dal latino putens, «puzzolente»: l'acqua sa di uova marce per lo zolfo che contiene. È di tipo solfato-calcico-magnesiaco-sulfureo, esce a 9 °C ed è la sorgente termo-minerale più importante della regione. I Romani la conoscevano già e la usavano nelle terme vicino a Iulium Carnicum, l'attuale Zuglio; si dice che le signore di Aquileia la apprezzassero per la pelle. Nel 1964, scavando nei depositi di ghiaia della fonte, a 5 metri sotto terra saltarono fuori alcuni bronzetti e cocci di ceramica, forse offerte di un piccolo santuario della sorgente.
Il periodo d'oro fu l'Ottocento, quando in tutta Europa andavano di moda le cure termali. Nel 1870 l'imprenditore Giovanni Pellegrini aprì il primo stabilimento, e Arta diventò un luogo di cura e di villeggiatura frequentato dal principe Umberto di Savoia, dal generale Luigi Cadorna e da Giosuè Carducci. Il poeta, nell'agosto 1885, stava a Piano d'Arta per riposarsi e rimettersi in salute con l'acqua Pudia, e lì scrisse «Il comune rustico», che porta la data 10-12 agosto. Nel 1906 Carducci sarebbe diventato il primo scrittore italiano premiato con il Nobel per la letteratura.
Nel secolo delle due guerre mondiali lo stabilimento fu ingrandito e rimaneggiato più volte. L'edificio principale è degli anni Sessanta, opera dell'architetto udinese Gino Valle con Lorenzo Giacomuzzi Moore, riconoscibile dal tetto dalle linee orientali; di fianco c'è il Palazzo delle Acque con saune, bagno turco e percorso Kneipp, mentre la parte sanitaria offre fanghi e bagni, cure con l'acqua da bere e inalazioni.
Piano d'Arta, fra la salvia di Chiusini e i Cavalieri di San Giovanni
Piano d'Arta, Dimplan per i friulani, a 560 metri, è il paese dove si passa l'estate, soprattutto per chi fa le cure giù alle terme. Nel borgo di Chiusini la chiesa di Santo Spirito risale alla fine del Trecento: secondo la leggenda la Madonna indicò in sogno il posto a una donna, che con il marito vi trovò un ramo di salvia fiorito in pieno inverno. È una piccola chiesa gotica, con un campaniletto pensile coperto di scandole, un portico di legno all'angolo della facciata e affreschi del Quattrocento sulla volta del presbiterio e del coro. Nel 1981, dietro la pala dell'altare maggiore, è riemerso un vecchio affresco con l'Adorazione dei Magi.
La chiesetta duecentesca di San Nicolò degli Alzeri si trova sul «tròi dai Alzers», un sentiero che ricalca un tratto della romana Iulia Augusta, la strada fra Aquileia e il Norico; poco lontano i Cavalieri di San Giovanni avevano aperto nel XIII secolo un ospizio per i pellegrini. La parrocchiale di Santo Stefano Protomartire è nominata già nel 1237: il terremoto del 28 luglio 1700 la rase al suolo, fu ricostruita e riaperta nel 1724, poi fra il 1783 e il 1785 venne eretta l'aula ottagonale, e nel 1794 la chiesa fu consacrata.
Aprendo la strada per Paluzza, vicino a Chiusini, nel 1840 e nel 1847 si trovarono scheletri in fila e una tomba in muratura. Nel 1886 Gortani individuò un muro annerito da un incendio, e una moneta di bronzo dell'imperatore Adriano fece datare il luogo all'età romana: forse era un quartiere periferico di Iulium Carnicum.
Intorno a Piano d'Arta ci sono 16 sentieri, per più di 40 chilometri, di cui Mauro Löwenthal ha ricostruito e segnato su una mappa anche i vecchi nomi. Chi vuole una camminata facile può salire lungo il sentiero del Lander fino alla Madonnina del Lander, sui 1.300 metri.
I fossili di Enrico Campibelli
A Piano d'Arta c'è una mostra permanente dei fossili, «I fossili e l'uomo», nata quando il collezionista e paleontologo Enrico Campibelli regalò al Comune la sua raccolta. I pezzi trovati in zona sono ammoniti e gasteropodi del vicino gruppo del Cucco-Tersadia, del Triassico Medio, e un frammento di spiaggia fossile vecchio di circa 250 milioni di anni: la prova che al posto delle montagne della Carnia, allora, c'era il mare.

La maggior parte dei reperti arriva però dall'estero, e permette di seguire la storia di animali scomparsi come i trilobiti e le ammoniti. In una sala a parte ci sono anche gli oggetti trovati negli scavi archeologici del comune.
Cjarsovàlas, il villaggio dei pagàns sotto il monte Cucco
Fra Rivalpo e Valle, in una conca naturale scavata dal rio Plombs e da un suo affluente, a 1300 metri si vedono dei terrazzamenti troppo regolari per essere naturali. Il posto si chiama Cjarsovàlas: in alto, sotto il monte Cucco, c'erano delle casupole i cui abitanti, dice la leggenda, erano i pagàns. Di questi nomi si occuparono già nell'Ottocento Giovanni Gortani, zio di Michele, in uno studio del 1894, e Giovanni Marinelli nel 1898. Nel 1904 Alfredo Lazzarini disegnò la pianta del luogo con Luigi Gortani, padre di Michele, contando ben 15 «casarole», case di campo. Già un necrologio del 1408 del capitolo di San Pietro in Carnia le descrive come case diroccate: se nel 1408 erano rovine, dovevano essere abitate molto prima. Lì vicino restano i ruderi di una «staipa», un riparo che i documenti datano al 1550, e chi c'era racconta che nel 1930 le casette crollate si vedevano ancora bene.
Una campagna di scavo, finanziata dalla Sovrintendenza Archeologia e Belle Arti, si è svolta nel 2018. Le case seguono tutte lo stesso modello: pianta rettangolare, parte bassa interrata e muretti a secco sui quattro lati a formare uno zoccolo di circa un metro, con un corridoio che parte dal lato nord e finisce con una scala. Sono venuti fuori 25-30 oggetti, fra chiodi, un ferro da zoccolo di bovino, una lama di coltello e un acciarino, databili fra Alto e Basso medioevo. Secondo Eliano Concina, della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici, potevano abitarci anche minatori del X-XI secolo, venuti a cavare il minerale di piombo di malga Valmedàn.
Su un colle fra Rivalpo e Valle sta la grande chiesa di San Martino Vescovo, nominata in un testamento del 1399 e negli atti di una causa discussa a Tolmezzo nel 1412. Fino al 1470 dipese dal curato di Ogni Santi di Sutrio; una lapide sopra la porta ricorda un primo ingrandimento nel 1515, e nella visita pastorale del 1602 la chiesa aveva un muro che chiudeva l'area sacra e il cimitero. Il terremoto del 1976 la danneggiò gravemente, come tante chiese carniche: degli affreschi antichi dell'Urbanis restano solo alcune figure, come l'Eterno Padre, San Girolamo e Santa Lucia, mentre il resto fu dipinto negli anni Venti del secolo scorso dal gemonese Giuseppe Barazzutti. Fino al 1821 le due frazioni erano un comune a parte, retto dal meriga, separato da Arta del Friuli, come si chiamava allora il capoluogo.
Cabia, lo Sliwowitz e i cjarsons
Cabia, a 750 metri, si raggiunge con una strada tutta curve e tornanti che affaccia sulla Valle d'Incarojo e sul Bût; all'ingresso un cartello avverte: «In questo paese i bambini giocano ancora per strada». Con tanti frutteti attorno, a Cabia si distillavano mele, pere e ciliegie già al tempo della Serenissima. All'inizio del 1900 il paese aveva 12 distillerie, e delle 16 del Friuli ben 14 erano nel comune di Arta Terme; dalla fine degli anni '90 ne resta solo una, il Casato dei Capitani, fondato nel 1888. Il simbolo di Cabia è lo Sliwowitz, l'acquavite di prugne.
Nel 2009 i sapori del posto sono finiti in un piatto nuovo, las cidules: agnolotti di grano saraceno chiusi a stella, ripieni di noci e Sliwowitz di Cabia. Il nome ricorda il tir des cidules, quando di notte si lanciano giù dai pendii rotelle di legno infuocate. I cjarsons sono agnolotti fatti a mano: a Valle e Rivalpo si fanno dolci, con ricotta, zucchero e uvetta, e si condiscono con burro fuso e ricotta affumicata. Le spezie, si racconta, le portavano i cramârs, i venditori ambulanti che le compravano a Venezia.
La Stella, i Re Magi e il Bacio delle croci
A Piano d'Arta l'Epifania si festeggia almeno dal Trecento: la chiesa di Chiusini era dedicata proprio ai Tre Re. Fra Santo Stefano e l'Epifania gli «stellari», i cantori della Stella, vanno di casa in casa regalando la «pince», un pane benedetto; dal 1996 il gruppo «Amici della Montagna» li accompagna con i Re Magi vestiti come nell'affresco. È la «Stele di Nadal»: il corteo canta davanti alle porte portando una stella di legno ornata di fiocchi di carta colorata, con un lume in mezzo. Il 26 dicembre i Magi vanno dalla chiesa di Chiusini alla parrocchiale, e il 5 gennaio alla «Cort di Flon» si accende la «Femenate», il falò dell'Epifania, accompagnato da «las sopes indorades».
Il giorno dell'Ascensione i fedeli delle valli vicine portano per i sentieri nel bosco, fino alla pieve di San Pietro sopra Zuglio, le croci che durante l'anno restano nelle loro chiese: è il Bacio delle croci, un rito antichissimo, probabilmente medievale.
Domande frequenti
Perché l'acqua di Arta Terme si chiama Pudia?
Perché viene dal latino putens, «puzzolente»: l'acqua, che esce a 9 °C, odora di zolfo come le uova marce.
Chi ha costruito le terme di Arta?
Il primo stabilimento lo aprì nel 1870 l'imprenditore Giovanni Pellegrini; quello attuale, degli anni Sessanta, è dell'architetto udinese Gino Valle, che lo progettò con Lorenzo Giacomuzzi Moore.
Che cos'è Cjarsovàlas?
Un vecchio villaggio di case di campo sotto il monte Cucco, fra Rivalpo e Valle: negli scavi del 2018 sono emersi oggetti dell'Alto e del Basso medioevo.
Che cosa si vede a Piano d'Arta?
La parrocchiale con la sua curiosa aula ottagonale, la chiesetta duecentesca di San Nicolò degli Alzeri, Santo Spirito a Chiusini con gli affreschi del Quattrocento e la collezione di fossili di Enrico Campibelli.