Andreis è un piccolo paese della Valcellina, a 455 metri, in provincia di Pordenone, dentro il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane. Ha case di pietra con i ballatoi di legno, i daltz, e un centro che cura i rapaci feriti: per questo lo chiamano «paese delle aquile».
Una terrazza fra il Raut e il Fara
Il comune, tutto nelle Prealpi Carniche, occupa la valle del torrente Alba, sul lato sinistro della Val Cellina, poco prima del lago di Barcis. A nord la valle è chiusa dalla catena Chiarescons-Cornaget-Resettum e soprattutto dal monte Raut, 2.025 metri; a sud c'è il più basso monte Fara, e in fondo la forcella di Pala Barzana porta verso Frisanco. Oltre al capoluogo ci sono le frazioni di Alcheda, la più alta, Bosplans, Prapiero e le case sparse di Sott'Anzas.
Il nome di Andreis compare per la prima volta in un documento del 996, con cui l'imperatore Ottone III confermava al vescovo di Concordia, Benno, i suoi diritti su Navarons, Tramonti e Andreis. Probabilmente viene dal latino antrum, grotta: le tante cavità della zona in dialetto si chiamano andres. Nel Medioevo il paese dipendeva dalla pieve di Barcis, da cui si rese autonomo nel 1651, e nel 1420 passò a Venezia. Una leggenda racconta che Attila, arrivato a forcella La Croce, non vide il paese nascosto dalla nebbia e così non lo saccheggiò.
Le case in pietra coi daltz
Muri di sasso, ballatoi di legno scurito, scale all'esterno: così si riconosce la casa di Andreis. Al piano terra ci sono due stanze con un portico davanti; al piano di sopra, dove si dormiva, si sale solo da una scala esterna che arriva al dalt, un ballatoio di legno che corre lungo la facciata sotto il tetto. Il paese ha la forma tipica dei borghi di montagna friulani, con case di pietra del posto, cortili chiusi e passaggi coperti.
Nel 1919 un incendio terribile distrusse il centro, proprio il paese dei ballatoi di legno: bruciarono 40 case e 7 stalle, e 250 persone restarono senza casa. Andreis toccò i 1790 abitanti nel 1911; il calo più forte fu negli anni Venti, meno 32%, e dal Duemila il paese conta meno di 300 persone.
Le chiese e la fontana di Bosplans
Per la parrocchiale di Santa Maria delle Grazie il Comune decise nel 1662 di costruire una chiesa più grande di quella vecchia: finita nel 1669, fu consacrata il 15 giugno 1670, e la facciata neogotica è dei primi decenni del Novecento. Dentro ci sono il fonte battesimale fatto nel 1668 dallo scalpellino medunese Pietro Colusso, l'altare maggiore di Giovanni Battista Bettini del 1748, le statue dei santi Pietro e Paolo scolpite nel 1750 dal padovano Gian Giacomo Contiero e un San Sebastiano del 1742, forse di Agostino Fasolato. La festa della Madonna delle Grazie, patrona del paese, si celebra ogni 8 settembre. Sul colle sta la chiesa di San Daniele in Monticello, curiosa costruzione con un portico del 1700, rifatta dopo il terremoto del 1864 che l'aveva distrutta, a cui si sale con una bella scalinata di sassi.

A Bosplans c'è una vecchia fontana scavata in un solo blocco di pietra, che per anni ha dato l'acqua al paese: il Comune l'ha restaurata nel 1997, porta incisa una poesia di Federico Tavan, il poeta di Andreis, e la leggenda dice che la sua vasca servì a far bere i cavalli degli unni di Attila.
Il museo, il Centro visite e i rapaci
Il Museo dell'Arte e della Civiltà Contadina, nel vecchio municipio sulla piazza, racconta come si viveva qui nella prima metà del Novecento: c'è l'interno di una casa di Andreis ricostruito, con il mobile d'angolo chiamato cjantonâl, la fucina del fabbro, la sezione sulla malga e gli oggetti di legno e d'osso dei sedoners, tabacchiere, pettini, le raganelle di Pasqua dette cràceles e le scarpetes.
Ad Andreis ci sono anche il Centro visite del Parco, con la mostra «L'Avifauna del Parco», e il Centro di recupero avifaunistico, un ambulatorio veterinario con le voliere sopra il paese, dove si curano i rapaci feriti trovati in zona: da qui il soprannome di paese delle aquile.
Sentieri, la faglia e la peta
Il sentiero naturalistico del Monte Ciavac, un anello, porta a vedere la Faglia Periadriatica, la più grande frattura della regione, lunga più di 100 chilometri. Si riconosce come una fascia di roccia nuda sopra i prati di Andreis e sotto i boschi ripidi del Monte Raut, con superfici lisce e lucide chiamate specchi di faglia. Da qui si parte per Forcella della Croce, il Monte Raut, Pala Barzana e i Prati di Albins, e più in basso ci sono l'orrido del torrente Molassa e la Riserva Naturale Forra del Cellina. A circa due miglia dal paese, dentro una parete del monte Castello, c'è la grotta dove si nascose la banda dei patrioti di Andreuzzi: era così difficile arrivarci che servivano quattro ore di cammino.
Il piatto di Andreis è la peta, una polpetta di carni miste, spesso selvaggina, pecora o caprone, condita con sale, pepe ed erbe e poi affumicata, che arriva a pesare anche un chilo: è una sorella più grande della pitina e della petuccia, con cui divide la ricetta e il Presidio Slow Food. La prima domenica di settembre, insieme a Frisanco, strade e cortili si riempiono per Paesi Aperti, la festa dell'artigianato e dei piatti del posto; a fine agosto c'è la Festa della Chiave, e a dicembre «Ad Andreis nevica la fantasia», con gli alberi di Natale fatti a mano.
Domande frequenti
Perché Andreis è chiamato il paese delle aquile?
Perché sopra il paese c'è un centro con voliere e ambulatorio dove si curano i rapaci feriti trovati nella zona.
Che cosa sono i daltz di Andreis?
Sono i ballatoi di legno delle case di pietra di Andreis: ci si arriva con una scala esterna, e un tempo servivano anche a far seccare i raccolti.
Che cos'è la peta di Andreis?
Una grossa polpetta di carni miste, spesso selvaggina o pecora, condita con sale, pepe ed erbe e affumicata: una versione più grande della pitina, che può pesare fino a un chilo.
Quando si tiene Paesi Aperti ad Andreis?
La prima domenica di settembre, ad Andreis e a Frisanco: vie e cortili si aprono con l'artigianato e i piatti tipici, come la peta.