Il Museo Nazionale Paleocristiano di Aquileia, in provincia di Udine, occupa l'ex monastero benedettino della località Monastero, a nord del centro. Il Museo Paleocristiano custodisce i pavimenti a mosaico di una basilica del IV secolo, i mosaici della basilica della Beligna e oltre 130 iscrizioni funerarie cristiane.
La basilica di Monastero nel IV e V secolo
La chiesa dei primi cristiani di Monastero fu costruita nel IV secolo d.C., in uno dei rioni che vivevano del grande porto sul fiume di Aquileia. Nella prima fase era un edificio rettangolare di m 58 x 19 circa, a navata unica, con un'abside poligonale poco profonda chiusa da un ambiente rettangolare; la zona del presbiterio era separata da plutei. Si entrava da tre accessi, preceduti da un portico, il nartece, dove sono stati rinvenuti sarcofagi in calcare: all'inizio queste «vasche» furono scambiate per apprestamenti per la lavanda dei piedi, e solo più tardi si capì che erano tombe. Dei muri dei fianchi rimangono da uno a tre metri d'altezza, ritmati da lesene.
Il pavimento è interamente decorato a mosaico. Ottagoni, cerchi, quadrati e pelte si alternano a medaglioni con iscrizioni in latino e greco che ricordano i nomi dei donatori, e riportano anche la misura in piedi romani della superficie di mosaico pagata con ogni offerta. Diversi nomi suggeriscono un'origine orientale, forse siriana, e per questo in passato si suppose che l'edificio fosse una sinagoga: un'ipotesi che gli studiosi non accolgono più.
Quando Attila prese la città, il 18 luglio del 452, anche la chiesa fu probabilmente colpita. Più tardi, forse verso la fine del V secolo, la grande sala fu divisa in tre navate: nel pavimento vennero sistemati blocchi di pietra su cui poggiare i pilastri. Nella parte orientale fu steso un nuovo mosaico, più alto di 40 cm rispetto al primo, e un'ampia porzione di questa seconda fase è montata sul muro di fondo del museo.
Il monastero benedettino di Santa Maria
Il nome del borgo viene dal monastero femminile benedettino di Santa Maria, costruito sui resti della basilica. I documenti parlano di un edificio conventuale al tempo di Carlo Magno e soprattutto a quello del patriarca Popone, nella prima metà dell'XI secolo: la nascita del monastero si fa risalire comunemente a una donazione di Popone datata al 1041. Dall'XI secolo, con molte monache di origine tedesca, il monastero fu un centro di diffusione del rinnovamento ecclesiastico, e i suoi ampi possessi ne fecero una delle maggiori realtà economiche della zona, anche se nelle lettere al papa le religiose lamentavano spesso ristrettezze finanziarie.
Con Popone la chiesa ebbe un sostanziale rifacimento: un nuovo pavimento in lastre di pietra coprì i mosaici paleocristiani, e un nuovo colonnato divise l'aula in tre navate separate da arcate. Nella fascia centrale c'erano tombe, fra cui quella della badessa Adaleita di Ragogna, morta di peste nel 1282: la lapide è scomparsa, ma Gian Domenico Bertoli ne trascrisse il testo nella prima metà del Settecento.
Dopo l'ultima sessione del Concilio di Trento, nel 1563, nella chiesa si costruì un muro trasversale che separava la parte riservata alla clausura delle monache da quella frequentata dagli abitanti del borgo. Per farlo si smontò una fila di colonne, e due capitelli furono portati nel castello di Cassacco.
Dalla soppressione del 1782 al follador
Il monastero fu abolito con il decreto del 30 ottobre 1782, nell'ambito delle riforme di Giuseppe II d'Austria: le monache furono trasferite a Cividale e il patrimonio fu incamerato dal Fondo di Religione. Nel 1784 lo comprò il conte Raimondo della Torre-Hofer, e tre anni dopo, nel 1787, lo rivendette al conte Antonio Cassis Faraone, soprannominato così perché arrivava dall'Egitto.
Antonio Cassis fece abbattere tutti i chiostri e tenne solo la parte che divenne casa padronale. La chiesa sconsacrata fu allungata nella parte anteriore e divenne un follador, cioè una cantina per la vinificazione e per i mezzi agricoli: tolta la copertura antica, un muro longitudinale, il «muro di spina», reggeva il colmo del nuovo tetto, e l'edificio ebbe tre piani. La facciata originaria fu demolita e sostituita da una facciata neoclassica avanzata di circa 14 metri rispetto al perimetro antico.

Nel 1852 passò al barone Eugenio de Ritter Záhony, uomo della finanza triestina. Qui soggiornò l'arciduca Carlo Ludovico d'Austria nell'agosto 1882, per l'inaugurazione dell'Imperial Regio Museo di Aquileia.
Gli scavi, il museo del 1961 e il piano terra
Nel 1895, durante alcuni lavori, sotto il pavimento del follador emersero parte dell'abside e alcune porzioni di mosaico, e Maionica eseguì un primo scavo. Solo con gli scavi del Brusin del 1949 si poté stabilire che lì c'era una basilica paleocristiana, di cui il fabbricato settecentesco e la chiesa medievale avevano riutilizzato in parte i muri perimetrali. Un secolo dopo, nel 1951, i Ritter lo vendettero allo Stato. Uno dei primi interventi fu l'abbattimento del muro di spina, costruito con materiale di risulta: ceramiche del Rinascimento, vetri romani, terrecotte del XVII-XVIII secolo, capitelli e molti frammenti decorati di età carolingia, fra cui i pezzi di un ciborio. I lavori per farne un museo terminarono nel 1961, quando aprì il Museo Paleocristiano.
Il museo è articolato su tre livelli. Al piano terra gran parte dello spazio è occupata dai resti della basilica di Monastero, che si percorrono su passerelle rialzate. L'atrio conserva una mensa copta del IV secolo e lacerti di mosaico da diversi scavi di Aquileia, fra cui quello di una domus privata con un uccello in gabbia: un tempo fu letto come allusione all'anima prigioniera del corpo, mentre è inteso come abbellimento di un'abitazione di pregio. Accanto all'entrata c'è un affresco trecentesco, dipinto sul muro con cui era stata chiusa una porta del lato nord della chiesa.
I mosaici della basilica della Beligna
Il primo piano espone i mosaici di un'altra basilica paleocristiana, sorta verso la fine del IV secolo nel settore meridionale della città e scoperta nel 1894: la cosiddetta basilica della Beligna, dal nome di un'area che con ogni probabilità sorgeva su un tempietto dedicato al dio Beleno. Per una parte degli studiosi è la Basilica Apostolorum di Aquileia, costruita dopo che il concilio del 381 aveva condannato l'arianesimo. Aveva pianta cruciforme, un'aula divisa in tre navate e un'abside semicircolare.
Dal corridoio vengono i due pannelli a mezzaluna stesi sul pavimento: per ragioni di spazio sono stati messi più vicini di come stavano in origine. Tralci di vite nascono da cespi d'acanto, con foglie, grappoli e alcuni contenitori appesi; fra i rami stanno dodici agnelli in atteggiamenti diversi e molti uccelli, con un pavone nel settore sinistro e un gallo in quello destro. Nella lettura del museo i dodici agnelli alludono agli Apostoli e il pavone all'immortalità, perché secondo antiche credenze la sua carne era immune dalla putrefazione. La figurazione dei medaglioni centrali è perduta.
Alle pareti sono appesi piccoli pannelli dei tappeti geometrici delle navate, con i nomi dei donatori e la pedatura di mosaico pagata dal loro contributo; alcune iscrizioni sono in tessere di vetro rivestite, in origine, di foglia d'oro. Fra queste c'è l'iscrizione di Parecorius Apollinaris, che attesta una donazione per la posa dei pavimenti alla fine del IV secolo. Sullo stesso piano sono conservati un rilievo incompiuto con i volti di San Pietro e San Paolo e una lapide con il battesimo di una bambina, entrambi del IV secolo, e una balconata permette di guardare dall'alto il pavimento della basilica di Monastero.
Le epigrafi funerarie del secondo piano
Il secondo piano raccoglie soprattutto iscrizioni sepolcrali del IV e del V secolo, oltre 130 fra latino e greco. Le scritte dicono chi erano i morti e i loro familiari, da dove venivano, come avevano vissuto e a chi erano legati. Molte lastre hanno anche elementi decorativi in uno stile breve e stilizzato: l'orante con le braccia sollevate, l'anfora, la palma, il sole, l'agnello e il cristogramma costantiniano o «Chi Rho». Le sgrammaticature e le variazioni fonetiche incise dai lapicidi documentano il latino parlato ad Aquileia nella tarda antichità.
La più nota è la lapide di Restutus, venuto dall'Africa: una tavola di marmo di 0,47×0,66×0,06 m, datata agli ultimi decenni del IV secolo e studiata per la prima volta intorno al 1730 da Gian Domenico Bertoli. Il testo racconta che Restutus «Era venuto dall’Africa per vedere questa città», che qui si ammalò e morì senza rivedere i suoi, e che aveva trovato ad Aquileia più affetto che dai suoi stessi genitori; alla sepoltura provvidero i membri della confraternita dei Florensi.
Accanto ci sono la lapide con la rottura dell'anfora, che allude alla liberazione dell'anima dal corpo, e la lastra del refrigerium, dove sfilano tre immagini del defunto: in armi, mentre si refrigera e con le vesti della sua terra di origine.
Domande frequenti
Dove si trova il Museo Paleocristiano di Aquileia?
Il Museo Paleocristiano di Aquileia si trova nel borgo di Monastero, a nord del centro cittadino, dentro l'ex monastero benedettino di Santa Maria costruito sui resti di una basilica del IV secolo.
Che cosa si vede nel Museo Paleocristiano di Aquileia?
Il Museo Paleocristiano di Aquileia espone il pavimento a mosaico della basilica di Monastero, i mosaici della basilica della Beligna con i dodici agnelli e il pavone, e oltre 130 iscrizioni funerarie del IV e del V secolo.
Quando è stato aperto il Museo Paleocristiano di Aquileia?
Il Museo Paleocristiano di Aquileia è stato aperto nel 1961, dopo le prime scoperte del 1895 e gli scavi del Brusin del 1949, che riconobbero la basilica sotto il vecchio follador.