In via del Monte 5/7, sulle pendici del colle di San Giusto, un edificio della comunità ebraica di Trieste è stato ospedale, scuola e rifugio di chi scappava. Dal 1993 ospita il Museo Carlo e Vera Wagner, che racconta quattro secoli di vita ebraica in città.
Una casa per chi partiva
Prima di diventare museo, lo stabile di via del Monte fu l'ospedale ebraico e poi una scuola. Nei decenni che precedettero la seconda guerra mondiale, fino al 1941, vi lavorò l'Agenzia ebraica, che dava assistenza ai profughi diretti al porto: persone in fuga dai pogrom dell'Europa orientale e poi dalle persecuzioni naziste, che da Trieste si imbarcavano per la Palestina o per le Americhe. Per quel ruolo nell'emigrazione verso la Palestina del mandato britannico, la città fu chiamata la «Porta di Sion».
Verso la metà degli anni Venti alcuni ebrei polacchi ricavarono nell'edificio un piccolo oratorio di rito askenazita. Si pregò lì fino al 1987; è rimasto al suo posto, fa parte del percorso e ogni tanto torna a essere usato per il culto.
Come è nato il museo
Il museo aprì nel gennaio del 1993, voluto dalla Comunità ebraica di Trieste e sostenuto da un generoso contributo della famiglia Wagner-de Polo. Lo scopo era dare una casa stabile alla raccolta di Judaica che la comunità custodiva da secoli.
Fra il 2014 e il 2015 l'esposizione è stata ripensata da capo, con testi anche in inglese, contenuti multimediali e un'attenzione speciale alle scuole. Il 14 settembre 2014, nella Giornata europea della cultura ebraica, riaprì il primo piano di via del Monte 7, con la sezione sulla cultura e la sala conferenze; il 29 marzo 2015 toccò al pianterreno, con l'ingresso al civico 5 e le sezioni su spiritualità e tradizioni, storia della comunità, Shoah e legame con Eretz Israel.

Gli argenti delle sinagoghe scomparse
Il cuore della raccolta viene dalle quattro sinagoghe aperte in città fra il 1748 e il 1825 e smontate quando, nel 1912, fu inaugurato il Tempio maggiore. A quegli arredi si sono aggiunti i doni di molte famiglie triestine: oggetti per il culto, argenti, stoffe e libri. Il pezzo più antico porta la data 1593.
Fra i documenti ci sono un registro dei pegni della metà del Seicento, scritto a mano in dialetto triestino ma con lettere ebraiche, e le due patenti sovrane che l'imperatrice Maria Teresa d'Austria concesse agli ebrei di Trieste il 19 aprile 1771. Nel 1785 il ghetto fu abolito, e per la comunità cominciò una stagione di prosperità nei commerci e nella cultura.
La sala della Shoah e il lapidario
Una sezione è dedicata agli ebrei triestini deportati. Vi sono esposti gli oggetti personali che furono loro tolti alla partenza: rimasero per anni dimenticati in un sotterraneo del Ministero del Tesoro a Roma, e la comunità li riebbe solo nel 2000.
Fuori, sotto una tettoia, c'è il lapidario Gal Avanim, dove sono raccolte le ultime pietre del vecchio cimitero ebraico di Trieste. Il piano superiore fa da sala conferenze e accoglie spesso incontri aperti a tutta la città.
Domande frequenti
Dove si trova il Museo ebraico Carlo e Vera Wagner?
A Trieste, in via del Monte 5/7, nell'edificio che fu l'ospedale ebraico e poi la sede dell'Agenzia ebraica per i profughi.
Che cosa si vede nel Museo Carlo e Vera Wagner?
Argenti, arredi, stoffe e libri delle quattro sinagoghe antiche della città, le patenti di Maria Teresa del 1771, un registro dei pegni del Seicento, gli oggetti dei deportati e il lapidario Gal Avanim.
Perché Trieste era chiamata la Porta di Sion?
Perché dal suo porto partirono verso la Palestina del mandato britannico moltissimi ebrei in fuga dall'Europa orientale e poi dal nazismo, assistiti dall'Agenzia ebraica che aveva sede in via del Monte.