Nato nel 1846, il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste custodisce oltre due milioni di pezzi fra botanica, zoologia, mineralogia, geologia e paleontologia. Fra questi ci sono il dinosauro Antonio, la mandibola di Lonche e Carlotta, uno squalo bianco lungo 5,40 metri.
Il Gabinetto Zoologico Zootomico e la sede di piazza Hortis
L'istituzione museale nasce nel 1846 come Gabinetto Zoologico Zootomico, per iniziativa di una società di cittadini interessati allo studio della fauna marina adriatica, che fondarono a proprie spese una Società per lo studio della Storia Naturale; la prima adunanza dei soci fondatori si tenne il 17 agosto. Il 9 febbraio 1852 il museo, con tutte le raccolte, diventò del Comune di Trieste, che lo ospitò a Palazzo Biserini, in quella che allora si chiamava Piazza Lipsia, l'attuale Piazza Hortis: lì rimase fino al 2010, sotto lo stesso tetto della Biblioteca Civica Hortis e dei musei letterari.
Nel 1855 il Consiglio Comunale chiese all'arciduca Ferdinando Massimiliano di prendere l'istituzione sotto il suo protettorato, e il 6 novembre l'arciduca concesse di chiamarla Civico Museo Ferdinando Massimiliano. Le raccolte si allargarono con le donazioni, con i frutti del viaggio intorno al mondo della fregata Novara (1857-1859) e con i reperti arrivati dal Gabinetto dell'I.R. Accademia di Commercio e Nautica. Pur restando di indirizzo zoologico, il museo acquisì reperti floristici, geologici e paleontologici e una biblioteca specializzata con opere in molte lingue.
Dopo più di 150 anni la vecchia sede di piazza Hortis chiuse nel maggio 2008; due anni dopo, nel 2010, il museo riaprì in alcune caserme che l'esercito non usava più. Nello stesso complesso ha sede il Civico Museo della Guerra per la Pace Diego de Henriquez: insieme formano un polo museale che ha ridato vita a una zona ai margini della città, abbandonata per anni.
I direttori, da Heinrich Koch a Sergio Dolce
Il primo direttore fu Heinrich Koch, nato a Zurigo nel 1815 e fondatore del Gabinetto con altri studiosi; quando nel 1852 il Gabinetto passò alla città, divenne direttore onorario. Gli successe Heinrich Freyer, farmacista nato a Idria nel 1802, già custode del museo di Lubiana, che sistemò le conchiglie e determinò i pesci. Adamo Simeone de Syrski, alla guida dal 1866 al 1876, studiò gli organi riproduttivi dell'anguilla e nel 1872 allestì a Vienna una Mostra Universale sui prodotti del Mar Adriatico, con un grande acquario di specie vive.
Con Carlo de Marchesetti, direttore dal 1876 al 1921 e il più longevo nella carica, il museo seguì le sue ricerche di botanica e di preistoria: nel 1896 pubblicò la «Flora di Trieste e dei suoi dintorni», e nel 1903 l'Orto Botanico civico fu annesso al museo. Mario Stenta, fra il 1921 e il 1928, riordinò la collezione dei selaci adriatici e allestì una nuova sala ornitologica e una sala dei mammiferi fossili del Carso. Giuseppe Müller, direttore dal 1928 al 1945, progettò nel 1932 il Civico Acquario Marino, inaugurato nell'ottobre del 1933.
Dopo Edoardo Gridelli, direttore dal 1945 al 1957, arrivò nel 1960 Renato Mezzena, che nel 1965 chiuse il museo per rinnovare le sale espositive: riaperto nel 1968, aveva collezioni riordinate e una nuova sala dedicata all'uomo e alla preistoria, e nello stesso anno gli fu affidato anche il Civico Museo del Mare. Sergio Dolce, direttore dal 1990 al 2010, fu il primo a ricevere la segnalazione dei dinosauri del Carso.
Le collezioni: erbari, insetti, uccelli e fossili del Carso
La raccolta di botanica supera 1.500.000 pezzi: soprattutto erbari di piante vascolari italiane, e in gran parte del Friuli-Venezia Giulia, ma anche alghe, muschi, legni, semi e frutti. Fra le raccolte zoologiche, la collezione ittica conserva pesci di mare e d'acqua dolce quasi tutti in liquido, quella erpetologica rettili e anfibi soprattutto della Venezia Giulia e della Dalmazia. Fra gli uccelli, oltre 5000 esemplari di 550 specie, spiccano il Kakapo neozelandese, il Quetzal del Messico e gli Uccelli del Paradiso della Nuova Guinea. La collezione entomologica supera il mezzo milione di insetti, e comprende la fauna ipogea che abita le grotte dell'altopiano carsico.
Le collezioni storiche ottocentesche comprendono esemplari di pesci e foglie fossili di Bolca, reperti eocenici provenienti dall'Istria e vari reperti del Cretacico superiore del Carso, tra i quali i pesci e i rettili di Comeno, in Slovenia, datati fra i 100 e gli 83 milioni di anni fa: circa 300 pesci e nove rettili, fra i quali Carsosaurus marchesettii e Adriosaurus microbrachis. Dal Quaternario vengono i reperti della breccia di Slivia, di circa 900.000 anni fa, e le centinaia di resti di orso delle caverne (Ursus spelaeus), arrivati soprattutto dalla Grotta Pocala, insieme a quelli del leone delle caverne. La collezione mineralogica riunisce migliaia di minerali dei territori dell'ex Impero Asburgico e dell'Italia, con i carotaggi fatti alla Grotta Pocala e a Borgo Grotta Gigante.

La Wunderkammer, il gabinetto scientifico e la catena alimentare
Le prime sale ricostruiscono un museo dell'Ottocento, il secolo in cui le raccolte di curiosità naturali (naturalia) e artificiali (artificialia), riunite per stupire, cedettero il passo a un ordine più rigoroso, pensato per lo studio. La sezione della Wunderkammer raccoglie anomalie naturali e contraffazioni del collezionismo sei-settecentesco, come la Sirena, un artefatto che unisce una coda di pesce a unghie di uccello e a frammenti ossei di specie diverse.
Accanto c'è un gabinetto scientifico ottocentesco, con strumenti d'epoca e testi originali. Il gabinetto scientifico è l'antesignano dei moderni laboratori: affermatosi con l'illuminismo della fine del 1700, è a sua volta erede dei locali medioevali dove alchimisti, speziali e studiosi di scienze naturali facevano le loro prove; in Italia i più noti furono quelli di Ulisse Aldrovandi a Bologna, di Francesco Calzolari a Verona, di Michele Mercati a Roma e di Ferrante Imperato a Napoli.
Alla catena alimentare sono dedicate tre sale. Nelle prime due sfilano animali messi in fila secondo chi mangia chi, ognuno rivolto verso il proprio cibo; la terza porta in città, per far vedere come gli animali cambiano abitudini e dieta quando vivono fra le case.
Il dinosauro Antonio e la mandibola di Lonche
Nella sala della fossilizzazione si parla dei fossili della provincia di Trieste e di come un essere vivo diventa pietra, in acqua e sulla terraferma. Una vetrina espone le rudiste, molluschi bivalvi estinti circa 65 milioni di anni fa che sono i fossili più comuni nelle rocce calcaree del Carso triestino; un'altra mostra con rocce e fossili come si è formato il Carso. Il resto dello spazio è dedicato al sito del Villaggio del Pescatore, a Duino Aurisina, dove nel 1994 venne alla luce il dinosauro Antonio. Il suo nome scientifico, Tethyshadros insularis, gli fu dato nel 2009 dal paleontologo Fabio Marco Dalla Vecchia: era un adrosauroide primitivo lungo 4 metri e alto 1,30 metri, vissuto circa 70 milioni di anni fa su un'isola della Tetide. Nel 2003 gli fu dedicata una sala nella sede di piazza Hortis, e nel giugno del 2010 la nuova sala di paleontologia aprì nella sede attuale; accanto a lui stanno zampe anteriori, una vertebra, un osso del bacino e un cranio di altri dinosauri dello stesso sito, e dal dicembre 2019 anche Bruno, il secondo dinosauro preparato per l'esposizione.
La sala dedicata all'evoluzione umana comincia dai primati attuali e dall'Aegyptopithecus, una scimmia egiziana di 33 milioni di anni fa, e finisce con la mandibola di Lonche. A trovare la mandibola, nel maggio 1911, fu Giuseppe Müller, che poi avrebbe diretto il museo dal 1928 al 1945: stava in una piccola grotta vicino a Lonche, l'attuale Loka, nel nord dell'Istria, e spuntava dalla roccia incrostata della parete. Non avendo con sé gli attrezzi giusti, Müller la tirò fuori a mani nude, e si ruppe. Ne resta la metà sinistra, con un canino, due premolari e i primi due molari, di un uomo fra i 24 e i 30 anni. Oltre un secolo dopo, le analisi al sincrotrone e al microscopio elettronico hanno trovato nel canino sinistro una frattura riempita di cera d'api: l'osso è stato datato fra 6655 e 6400 anni fa, la cera fra 6645 e 6640, e per il museo è la più antica otturazione dentale con cera d'api mai trovata.
Lo squalo Carlotta e le sale degli squali
Fra Ottocento e Novecento il mare fra il golfo di Trieste e la Dalmazia era popolato di squali bianchi, attratti dalle tonnare: quattordici sul litorale triestino e più di venti nel Quarnero. Il primo aprile 1872 i Governi Marittimi di Trieste e Fiume fissarono premi per la loro cattura, da venti fiorini per gli animali sotto il metro fino a cento oltre i quattro metri, e 500 fiorini in una gara bandita dopo l'avvistamento di un grande squalo. Il 3 ottobre 1909, a Lukovo, nella tonnara di Ivan Skomerza, ne fu preso uno di 6,6 metri.
Il 29 maggio 1906 il capitano Antonio Morin, commissario navigante dell'Imperial-Regia Guardia di Finanza, catturò uno squalo bianco fra l'Istria e Cherso a bordo del piroscafo ad elica Quarnero, varato a Muggia; sul dorso dell'animale si vedono i fori delle pallottole di fucile. Il capitano Morin, nato a Sansego e trasferito a Trieste, che per la gran barba rossa tutti chiamavano «Capitan Barbarossa», staccò un dente allo squalo e lo tenne come amuleto, appeso alla catena dell'orologio da tasca, finché visse. Allo squalo diede il nome della figlia appena nata, Carlotta. Lo squalo intero fu donato al Civico Museo Ferdinando Massimiliano, dove fu imbalsamato con un procedimento che durò molti giorni: una lettera di protesta, conservata dal museo, lamenta il puzzo di pesce marcio in tutta piazza Lipsia.
Carlotta è una femmina adulta di Carcharodon carcharias lunga 5,40 metri, e rimase appesa per 104 anni al soffitto di una sala, attraverso due guerre mondiali e cinque cambi di nazionalità. Imbalsamata presso il museo, risulta il più grande squalo bianco al mondo visibile in un museo, e le è dedicata una sala intera. Nelle sale degli squali tutti gli animali esposti, con i loro scheletri e le loro uova, sono pezzi storici e originali dell'Alto Adriatico, come lo squadro (Squatina squatina) e lo squalo violino (Rhinobatos rhinobatos); l'unica eccezione tropicale è la collezione di rostri oceanici di pesce sega.
Domande frequenti
Che cosa si vede al Museo di Storia Naturale di Trieste?
Il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste espone il dinosauro Antonio, la mandibola di Lonche, lo squalo bianco Carlotta, la Wunderkammer, un gabinetto scientifico ottocentesco e le sale della catena alimentare.
Quando è stato fondato il Museo di Storia Naturale di Trieste?
Il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste nacque il 17 agosto 1846 come Gabinetto Zoologico Zootomico, e nel 1852 passò al Comune di Trieste.
Quanto è lungo lo squalo Carlotta?
Lo squalo Carlotta è una femmina di squalo bianco lunga 5,40 metri, catturata il 29 maggio 1906 fra l'Istria e Cherso dal capitano Antonio Morin.