Il Museo d'Antichità J.J. Winckelmann è il museo archeologico civico di Trieste, sul colle di San Giusto accanto alla Cattedrale. Nato nell'Ottocento attorno al monumento a Winckelmann, espone la collezione egizia con tre mummie, i reperti dei castellieri del Carso e il rhyton d'argento del 400 a.C.
Un delitto alla Locanda Grande
Johann Joachim Winckelmann (Stendal, 9 dicembre 1717) era uno storico dell'arte e archeologo tedesco, divenuto soprintendente alle antichità di Roma nel 1764. Il 12 maggio 1768 partì per la Germania e poi per Vienna, dove fu ricevuto con grandi onori dall'imperatrice Maria Teresa e dalla sua corte, ed ebbe in dono alcune medaglie d'oro e d'argento. Tornando indietro fece sosta a Trieste, alla Locanda Grande, aspettando un imbarco per Ancona. L'8 giugno 1768, di mattina, lo aggredì con il coltello l'uomo della stanza accanto, Francesco Arcangeli, cuoco pistoiese con precedenti penali, probabilmente per rubargli le medaglie: Winckelmann spirò sette ore più tardi. Il 18 luglio la sentenza condannò Arcangeli alla ruota, «dal disopra all'ingiù», e il 20 luglio fu giustiziato.
Quello che Trieste gli dedicò è un cenotafio: una tomba monumentale vuota, perché il corpo dello studioso, finito in una fossa comune senza nome, non si poté più ritrovare.
Le prime raccolte e l'Orto Lapidario
Una prima raccolta risale al 1688, quando il Consiglio dei Patrizi triestini fece portare in piazza San Pietro, l'attuale piazza dell'Unità d'Italia, due iscrizioni e alcune teste antiche, con la base della statua equestre del senatore Lucio Fabio Severo. Nel 1780 nacque a Gorizia l'accademia degli Arcadi Sonziaci, un circolo di intellettuali che nel 1784 si trasferì a Trieste: dalla sua raccolta di libri e oggetti antichi hanno avuto origine la Biblioteca civica e il Museo di antichità.
L'idea di un museo che riunisse le antichità ritrovate nella città e nel territorio istriano e aquileiese nacque agli inizi dell'Ottocento, e trovò in Domenico Rossetti, procuratore civico e studioso di storia patria, il suo sostenitore più fervente. Già dal 1808 Rossetti si prodigava per il monumento a Winckelmann, che doveva costituire il centro cristallizzatore di un futuro Museo Lapidario: un giardino delle memorie fra rose e alberi, una vera Silva Accademica. L'idea di un museo con una raccolta di lapidi nacque nel 1813 con l'architetto Pietro Nobile, che pensava a un «Museo provinciale» nel vecchio convento dei francescani, nell'area dell'attuale piazza Hortis.
Il luogo prescelto fu sul colle di San Giusto, nell'area del vecchio cimitero cittadino dismesso nel 1825 con l'apertura del cimitero cattolico di Sant'Anna. Il cenotafio, opera neoclassica dello scultore bassanese Antonio Bosa, professore all'Accademia veneziana, con un progetto visionato e approvato da Antonio Canova, fu inaugurato il primo marzo 1833 in una grande nicchia nel ripiano più alto dell'ex cimitero. Nel 1841 il Comune affidò allo studioso Pietro Kandler la cura del Museo Tergestino di Antichità, istituzione non ancora ufficializzata, per la raccolta delle epigrafi triestine; dallo scavo all'interno del campanile di San Giusto furono recuperate moltissime iscrizioni.
L'8 giugno 1843, nel 75° anniversario della morte di Winckelmann, l'Orto Lapidario fu aperto al pubblico. Nel 1934, sotto la direzione di Piero Sticotti, il cenotafio fu spostato dentro il tempietto neoclassico d'ordine corinzio, dove dopo il riallestimento degli anni Novanta è affiancato dalle sculture degli Arcadi Sonziaci.
Dalla collezione Zandonati al nuovo nome
Nel 1870 il Comune istituì un Curatorio e acquistò la collezione di antichità aquileiesi del farmacista triestino Vincenzo Zandonati, più di 25.500 oggetti suddivisi in otto inventari: le pietre andarono all'Orto Lapidario, il resto nelle tre stanze delle Antichità in palazzo Biserini, insieme agli oggetti degli Arcadi Sonziaci. L'anno seguente arrivarono i preziosi vasi apuli della Collezione Ostrogovich. Il 9 luglio 1873 fu approvato lo Statuto che rendeva il museo permanente; a dirigerlo per primo fu Carlo Kunz. Nel 1909, poiché le raccolte comprendevano anche opere d'arte e reperti storici ed etnografici, il museo prese il nome di Civico Museo di Storia ed Arte, e nel 1910 ricevette le collezioni di Giuseppe Sartorio, con i vasi greci, italioti ed etruschi già del nonno Carlo d'Ottavio Fontana.
Il 10 dicembre 1924 i locali di palazzo Biserini furono lasciati, e le collezioni passarono nell'edificio di via della Cattedrale 15, già Convitto diocesano, che il Comune aveva acquistato nel 1913. Il museo fu inaugurato il 21 aprile 1925; il 28 ottobre 1931 si aprì il nuovo ingresso all'Orto Lapidario e al Museo, accanto al sagrato della Cattedrale. Negli anni Sessanta la direzione del museo provvide a un nuovo allestimento, che mandò nei depositi la maggior parte del patrimonio; negli anni Novanta 130 reperti, fra lapidi e statue, lasciarono l'Orto Lapidario per il Lapidario Tergestino. L'8 giugno 2018, nell'anno del duecentocinquantesimo anniversario della tragica morte, il Comune di Trieste intitolò il museo a Winckelmann, recuperando il nome originario di Museo d'Antichità.

Egitto e Roma al piano terra
Le sale del piano terra, rinnovate fra il 2000 e il 2004 grazie al finanziamento della famiglia Costantinides, espongono una parte considerevole della collezione romana e la totalità di quella egizia: quasi un migliaio di pezzi giunti dall'Egitto nell'Ottocento e nel primo Novecento grazie al traffico mercantile del porto triestino, donati in gran parte da cittadini che in Egitto erano andati per lavoro o per viaggio. Tre sarcofagi occupano la grande sala che porta il nome dell'egittologa Claudia Dolzani. Si impone subito alla vista quello di Suty-nakht, detto sarcofago Panfili dal nome della famiglia che lo donò al museo nel 1950, in granito rosa-grigio di Assuan, che con il coperchio pesa sei tonnellate; accanto ci sono quello di Aset-resty in pietra bianca e quello di Pa-di-Amon in legno stuccato e dipinto, con la mummia di una donna collocata nell'Ottocento al posto di quella originale.
In una saletta vicina si trova il sarcofago del sacerdote Pa-sen-en-hor, da Tebe, della XXI-XXII dinastia, in tre parti con l'involucro di cartonnage e con la mummia mai sbendata: solo le radiografie hanno rivelato che si tratta di un uomo. Le vetrine raccolgono i vasi canopi che servivano a conservare i visceri dei defunti, stele, ushabti, amuleti e il Libro dei Morti. L'ultima sala racconta l'Egitto dopo i faraoni, con la mummia di un vecchio completamente sbendata e gli oggetti dell'Egitto copto e islamico. Un video ricostruisce il volto delle tre persone mummificate che fanno parte della raccolta.
Entrando, nell'atrio, si vedono i rilievi di sarcofagi attici scolpiti in Grecia fra il II e il III secolo d.C. e importati ad Aquileia. A destra si passa alla scultura romana, rappresentata soprattutto da ritratti, dal I secolo a.C. al III secolo d.C. Nell'altra sala stanno i manufatti romani di uso quotidiano e gli oggetti dei corredi sepolcrali, una selezione delle ottocento lucerne del museo, strigili, bisturi, vetri, gemme e ambre, e i materiali della necropoli di San Servolo scoperta nel 1902. Fra i pezzi romani ci sono una figura femminile in alabastro della prima metà del II secolo d.C. proveniente da Aquileia, una lastra marmorea con un combattimento tra gladiatori attribuita a una bottega provinciale di Cos e i gioielli di una villa padronale di Umago.
Le grotte del Carso e i castellieri di Marchesetti
Salendo al primo piano si torna ancora più indietro, alla preistoria e alla protostoria del territorio. La maggior parte delle raccolte si deve a Carlo Marchesetti (1850-1926), direttore del Civico Museo di Storia Naturale dal 1876 al 1921, che a partire dal 1883 scavò nei castellieri e nelle necropoli del Carso triestino e istriano e dell'alto Isonzo. Il 17 gennaio 2020, nel 170° anniversario della sua nascita, furono inaugurate le prime tre sale della sezione. Per il Paleolitico medio parlano i reperti della Grotta Pocala di Aurisina; per il Mesolitico il luogo chiave è la Grotta Azzurra di Samatorza.
I castellieri del Carso erano villaggi cinti di mura in cima alle alture, e da lì vengono soprattutto vasi e cocci. I corredi delle tombe a incinerazione arrivano dalle necropoli di Brezec e San Canziano del Carso, Parenzo, Redipuglia e Caporetto, con armi in bronzo di guerrieri, spilloni, fibule e vasi. Una sala è dedicata a Santa Lucia di Tolmino, sull'alto Isonzo, dove sono state trovate 7000 tombe a incinerazione ricchissime di corredo, fra l'VIII e il IV secolo a.C. Il Tesoretto di San Canziano del Carso conta quasi mille oggetti, quasi la metà in ambra.
Vasi greci, Cipro e il rhyton d'argento
Al secondo piano un tempo c'erano gli uffici; nel 2015-2016 è diventato spazio espositivo per le raccolte classiche. Nelle vetrine-armadio ottocentesche, recuperate dall'antico allestimento del Museo Civico di Storia Naturale e restaurate, stanno i vasi di Cipro, della Grecia e della Magna Grecia, dell'Etruria, provenienti dalle collezioni Ostrogovich, Oblasser e soprattutto Fontana, che contava più di 600 vasi. Nell'allestimento precedente erano esposti meno di cento pezzi; ora sono un migliaio, la terza parte della collezione.
Due sale ospitano la Collezione Tarantina, circa 2000 pezzi, con un'oinochoe in bronzo con grifoni della fine del V secolo a.C. Una sala è riservata al rhyton d'argento, un vaso per libagioni rituali a forma di testa di giovane cerbiatto del 400 a.C., in argento sbalzato con rifiniture a bulino, niello e dorature: sul collo il dio del vento Borea rapisce Orizia, figlia del re d'Atene Eretteo. Il rhyton si fa risalire a una bottega che lavorava nelle colonie greche affacciate sul Mar Nero. Alcune vetrine illustrano la storia della scrittura nell'antichità, e la sala Cesare Fabietti espone la ceramica maya da El Salvador donata nel 2002, figurine del Periodo Classico Recente (600-1000 d.C.) dalla riva orientale del fiume Lempa.
Domande frequenti
Perché il museo di Trieste porta il nome di Winckelmann?
Il Museo d'Antichità J.J. Winckelmann è nato e cresciuto intorno al monumento a Winckelmann, l'archeologo tedesco assassinato a Trieste l'8 giugno 1768, e gli fu intitolato nel 2018, nel duecentocinquantesimo anniversario della morte.
Quante mummie ci sono al Museo Winckelmann?
Il Museo d'Antichità J.J. Winckelmann conserva tre mummie umane, fra cui quella mai sbendata del sacerdote Pa-sen-en-hor, da Tebe.
Che cos'è il rhyton d'argento del Museo Winckelmann?
Il rhyton d'argento è un vaso per libagioni rituali a forma di testa di giovane cerbiatto del 400 a.C., con la scena di Borea che rapisce Orizia; è esposto al secondo piano del museo.