Gli scarpèts, chiamati anche scarpèz o, fuori regione, «furlane», sono le scarpe di stoffa della Carnia. Nascono in un'economia povera, dove non si buttava via niente: le donne li cucivano a mano con ritagli di vecchi abiti, e dalle valli sono arrivati fino alle gondole di Venezia.
Una scarpa fatta di recupero
In Carnia, fino a circa cento anni fa, le vere scarpe del calzolaio erano un lusso: se ne ordinava un paio per il matrimonio, con molti sacrifici, e dovevano bastare per sempre. Per andare a messa la domenica, per le feste e per i viaggi a piedi si portavano gli scarpèts, con la suola di panno e la parte superiore di velluto, comodi e avvolgenti.
Farli era un lavoro di donne, che lo imparavano da madri e nonne. Si usava quello che c'era in casa o che arrivava in valle: lenzuola di lino consumate, abiti da lavoro non più rammendabili, la tela degli imballaggi portati dai cramârs. Il museo di Tolmezzo ricorda che molte ragazze cucivano suole o scarpe intere per i venditori ambulanti dei paesi vicini, e in cambio ricevevano stoffe e filati per il corredo, senza toccare i pochi soldi della famiglia.
La suola di blecs
La parte più faticosa era la suola. Si ritagliavano sulla misura del piede molti strati di pezze, i blécs, che venivano poi trapuntati fittamente fra loro: in media dai 1500 ai 2000 punti per ogni suola. Serviva un ago di metallo lungo e grosso, con la punta a sezione triangolare, capace di attraversare tutto quello spessore.
Una volta spinto dentro il blocco di stoffa, l'ago non usciva con le dita: lo si tirava fuori con una pinza. Per farlo scorrere meglio, lo spago si ungeva con cera d'api o con sapone, quando in casa ce n'erano. Il risultato era una suola morbida, che lasciava al piede la libertà di piegarsi e di tenere l'equilibrio sui pendii.
Il velluto e i ricami
La tomaia era di solito di velluto scuro, spesso nero. La sua forma raccontava da dove veniva la scarpa: in alcune valli la punta si alza un poco, in altre resta dritta sul piano della suola, e anche la larghezza dell'apertura cambia da un paese all'altro. Lacci non ce ne sono: a tenere il piede bastano la morbidezza e il taglio.
Sul dorso ogni donna aggiungeva qualcosa di suo, un ricamo quasi sempre a fiori o qualche cucitura particolare. Il modello più riconoscibile, quello da donna, è in velluto nero con la punta affusolata e i fiori ricamati.
Dai copertoni alle gondole
L'ultimo strato della suola, a contatto con il terreno, era all'inizio di tela grezza. Più tardi lo si protesse con la gomma dei copertoni di bicicletta consumati e, dopo la guerra, con quella dei pneumatici di camion: la scarpa diventò più robusta e anche antiscivolo. La juta dei sacchi del caffè servì invece a rendere più morbida l'imbottitura.
Con le donne friulane emigrate a servizio nelle città e con i piccoli commerci, gli scarpèts si fecero conoscere prima a Venezia e poi a Milano, Torino e Bologna. I gondolieri li scelsero perché la suola non rovinava il legno delle barche e non faceva scivolare. Dal dopoguerra la produzione è continuata in tre zone: la Carnia, con un lavoro ancora familiare, la zona del sandanielese, dove è nato un distretto delle pantofole, e Gonars, con alcune piccole botteghe.
Dove incontrarli
Il Museo Carnico delle Arti Popolari Michele Gortani di Tolmezzo porta avanti il progetto «Scarpetti» e organizza corsi, come «Scarpetti, i scarpets de Cjargne», dove si impara a cucirli; nel 2026 venti nuovi artigiani ne hanno ricevuto l'attestato. A Forni Avoltri l'esposizione «Cemùot chi érin» mostra i suoi scarpets tradizionali.
Nella memoria della Carnia restano ai piedi delle portatrici che nella prima guerra mondiale salivano alle trincee con le gerle piene, e dei cramârs che attraversavano le Alpi. Li portano anche gli Jutalan, le maschere del carnevale di Timau. Nelle botteghe di Poffabro si trovano quelli di velluto fatti a mano, e se ne vedono sulle bancarelle del mercatino di Natale di Sauris di Sopra.
Domande frequenti
Che cosa sono i blecs degli scarpèts?
Sono le pezze ricavate da vecchi vestiti e lenzuola: tagliate sulla misura del piede e cucite a strati, formano la suola.
Perché i gondolieri veneziani portavano gli scarpèts?
Perché la suola, protetta dalla gomma, non graffiava il legno della gondola e non scivolava.
Dove si può imparare a fare gli scarpèts?
Al Museo Carnico delle Arti Popolari Michele Gortani di Tolmezzo, che organizza corsi dedicati nell'ambito del progetto «Scarpetti».
